La preghiera può cambiare la storia

Tra poche ore tutta la Chiesa, – insieme a molte altre realtà religiose cristiane e non – darà inizio alla veglia di preghiera che si svolgerà in Piazza San Pietro, in occasione della giornata di digiuno e di preghiera indetta da Papa Francesco per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero. Non accade tutti i giorni di vedere una così grande mobilitazione di uomini e donne – diversi per cultura, razza e religione – muoversi in difesa della vita umana e lavorare insieme per salvaguardare la pace. Essa, infatti, – lo ha scritto Papa Bergoglio nel suo ultimo tweet – “è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità”.

C’è chi ha guardato con scetticismo all’iniziativa promossa dal Pontefice, ritenendo ininfluente l’offerta di una giornata di digiuno e di preghiera per una pace – dicono – che andrebbe piuttosto pianificata a tavolino attraverso strategie e alleanze politiche più efficaci.  Ma è anche vero che, in passato, gli appelli di altri pontefici, volti a suggerire un confronto serio e concreto – proprio attorno ad un tavolo di lavoro internazionale – sono rimasti inascoltati. Nel gennaio del 1968, in occasione della prima Giornata della Pace, per esempio, Paolo VI dichiarava: “La pace non può essere basata su una falsa retorica di parole, bene accette perché rispondenti alle profonde e genuine aspirazioni degli uomini, ma che possono anche servire, ed hanno purtroppo a volte servito, a nascondere il vuoto di vero spirito e di reali intenzioni di pace, se non addirittura a coprire sentimenti ed azioni di sopraffazioni o interessi di parte. Né di pace si può legittimamente parlare, ove della pace non si riconoscano e non si rispettino i solidi fondamenti: la sincerità, cioè, la giustizia e l’amore nei rapporti fra gli Stati e, nell’ambito di ciascuna Nazione, fra i cittadini tra di loro e con i loro governanti”.

Mentre Giovanni Paolo II, nel gennaio 2005, trentasette anni dopo (tenuto conto che negli anni precedenti non sono mancati appelli e inviti a lavorare per la pace), affermava: “Per promuovere la pace, vincendo il male con il bene, occorre soffermarsi con particolare attenzione sul bene comune e sulle sue declinazioni sociali e politiche. Quando, infatti, a tutti i livelli si coltiva il bene comune, si coltiva la pace. […] Tale responsabilità compete, in particolare, all’autorità politica, ad ogni livello del suo esercizio, perché essa è chiamata a creare quell’insieme di condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona”.

Non sono mancati, dunque, nel corso della storia, i principali appelli alla pace. L’invito di Papa Francesco a vivere una giornata di digiuno e di preghiera – che è stata anche accompagnata dal lavoro diplomatico tra Santa Sede e superpotenze mondiali – ha un senso se letta nell’intimità del cuore umano, inspiegabilmente capace di sperare contro ogni speranza, come una sorta di sensibilità interiore che lo ha sempre portato e lo porta a “lottare” solo per la vita. “Arriviamo alla verità, non solo con la ragione, ma anche con il cuore” diceva B. Pascal.

Anche la pace è dunque un lavoro che impegna l’intelligenza, il cuore e la buona volontà di ciascun uomo, semplice cittadino, capo di stato, e istituzioni religiose. “La pace – dichiarava Papa Benedetto XVI – non è un bene già raggiunto, ma una meta a cui tutti e ciascuno dobbiamo aspirare. Guardiamo con maggiore speranza al futuro, incoraggiamoci a vicenda nel nostro cammino, lavoriamo per dare al nostro mondo un volto più umano e fraterno, e sentiamoci uniti nella responsabilità verso le giovani generazioni presenti e future, in particolare nell’educarle ad essere pacifiche e artefici di pace”.

Scritto per Vatican Insider

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