Sette buoni motivi per rinunciare al ministero petrino

Si potrebbe persino dire che “non tutti i mali vengono per nuocere”. La rinuncia al ministero petrino da parte di Papa Benedetto XVI ha certamente colto di sorpresa tutti; oggi, però, a venticinque giorni di distanza da quel fatidico annuncio è possibile riflettere positivamente su alcuni aspetti. La scelta di Benedetto XVI è stata umile e coraggiosa, e ha anche suscitato tutta una serie di conseguenze “utilissime” per il futuro e il bene della Chiesa. Ne abbiamo individuate sette.

Il primo motivo ce lo ha rivelato Papa Benedetto XVI: “Le mie forze, per l’età avanzata, – dichiara il Pontefice emerito – non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. […] Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.

Il secondo motivo è consequenziale al primo. I cardinali elettori, infatti, proprio in funzione della coraggiosa scelta di Papa Ratzinger e delle motivazioni che l’hanno generata, si troveranno, in vista del conclave, nelle condizioni di poter valutare l’elezione di un papa relativamente giovane.

Terzo. L’11 febbraio 2013 segna un’importante svolta per la storia della Chiesa. Benedetto XVI – dopo 600 anni dal “gran rifiuto” di Celestino V, avvenuto nel 1294 – rinunciando con umiltà al ministero petrino crea un precedente utile per il futuro della Chiesa. Per il Successore di Pietro, infatti, d’ora in poi, la rinuncia al suo ufficio – peraltro esplicitamente contemplata nel canone 332 del Codice di Diritto Canonico – non sarà più considerata un tabù, né tanto meno una mera sconfitta, ma un’utile e strategica alternativa per non lasciare (qualora il Papa non fosse più capace di intendere e di volere) il governo della Chiesa in mano ad altri!

Quarto. Il caso Vatileaks, apparentemente circoscritto agli avvenimenti pubblicati qualche anno fa nel libro di Gianluigi Nuzzi, torna a riproporsi in questi giorni – e soprattutto a ridosso di uno dei conclave che forse la storia ricorderà come tra i più complessi – con l’ipotesi di nuovi protagonisti e nuovi scenari annunciati da un anonimo interlocutore sulle pagine di Repubblica. Ciò significa – presupponendo l’attendibilità delle rivelazioni pubblicate – che tra gli uffici del Palazzo Apostolico c’è ancora un po’ di sporcizia da rimuovere.

Quinto. Da più parti si chiede una riforma sostanziale della Curia Romana e un maggior appoggio all’ufficio del Sommo Pontefice. La Curia Romana – affermava Paolo VI nel settembre del ’63 – è, infatti, lo strumento di cui il Papa ha bisogno e si serve per svolgere il proprio ministero petrino, uno strumento degnissimo a cui tanto si domanda e tanto si esige! “E’ noto – proseguiva Papa Montini – che alla Curia Romana sono rivolte, con tanti encomi e riconoscimenti per i suoi indiscutibili meriti, anche delle critiche. […] E che tale fenomeno si pronunci, a volta a volta, lungo il cammino della storia ecclesiastica, è perciò spiegabile e provvidenziale; esso è stimolo alla vigilanza, richiamo all’osservanza, invito alla riforma, fermento alla perfezione. Dobbiamo accogliere le critiche, che ci circondano, con umiltà, con riflessione, ed anche con riconoscenza. Roma non ha bisogno di difendersi facendosi sorda ai suggerimenti che le vengono da voci oneste, e tanto meno se queste voci sono quelle di amici e di fratelli. Alle accuse, tanto spesso infondate, darà certamente risposta, e al suo onore difesa. Ma senza ritrosia, senza ritorsione, senza polemica”.

Sesto. Lo scandalo della pedofilia è stata una dolorosa spina nel fianco della Chiesa e del suo Pontefice, Benedetto XVI, che l’ha combattuta con la responsabilità e il coraggio che altri cardinali e vescovi diocesani non avevano saputo mostrare, “come vasi di terracotta (parafrasando il Manzoni) costretti a viaggiare in compagnia di un vaso di ferro”. Bisogna dunque vigilare perché tali crimini non si ripetano.

Settimo. L’improvvisa scelta di Benedetto XVI, quella di rinunciare al ministero petrino, ha favorito, paradossalmente, una maggiore presa di coscienza da parte di tutto l’episcopato. Nel corso delle Congregazioni generali, che in questi giorni si svolgono a Roma in preparazione del Conclave, tutti i cardinali vogliono comprendere meglio gli ostacoli principali che il futuro pontefice dovrà affrontare; e intanto parlano, si conoscono, si confrontano, diventano amici per il bene della Chiesa, e speriamo che continuino a farlo anche dopo aver eletto il nuovo Papa!

Pubblicato su Vatican Insider

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