Il pontificato di Roncalli e Wojtyla fino ad oggi: una lunga “transizione” conciliare!

conc_vatLa canonizzazione di Papa Giovanni XIII e Giovanni Paolo II ci permette, in questi giorni, di rovistare nella vita di queste due grandi figure di santità che hanno lasciato alla Chiesa la fruttuosa eredità del rinnovamento conciliare. Se Giovanni XXIII, infatti, è stato l’artefice principale del Concilio Vaticano II, Giovanni Paolo II (dopo il pontificato di Paolo VI) ne ha rilanciato – in quasi ventotto anni di papato – i contenuti. Nella sua prima enciclica – la Redemptor Hominis del 4 marzo 1979 – il Pontefice polacco “entrava” (è Wojtyla stesso a dichiararlo) nella ricca eredità dei precedenti pontificati. Un’eredità – precisava – “fortemente radicata nella coscienza della Chiesa in modo del tutto nuovo, non mai prima conosciuto, grazie al Concilio Vaticano II, convocato e inaugurato da Giovanni XXIII e, in seguito, felicemente concluso e con perseveranza attuato da Paolo VI”.

Se il Concilio aveva instradato tutta la Chiesa verso un storico itinerario di rinnovamento pastorale, era logico domandarsi in che modo – abbracciata l’eredità del Concilio – bisognava proseguire per dare compimento a quella che Wojtyla definì “la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX”. Una domanda, questa, che Giovanni Paolo II rivolgeva – al termine del secondo Millennio – a tutti i cristiani e scrupolosamente a se stesso in quanto pontefice. “Questa – scriveva nella Redemptor Hominis – è la fondamentale domanda che il nuovo Pontefice deve porsi, quando, in ispirito d’obbedienza di fede, accetta la chiamata secondo il comando da Cristo più volte rivolto a Pietro: «Pasci i miei agnelli», che vuol dire: Sii pastore del mio ovile; e poi «… e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli».

Il Concilio Vaticano II spinse la Chiesa a confrontarsi con gli sviluppi di una mondanità che, in piena trasformazione tecnologica, aveva aperto la strada al decadimento morale e spirituale. La Chiesa cattolica – sottolinea in un recente approfondimento Radio Vaticana – “era chiamata a ripensare la propria missione nel mondo e il ruolo dei suoi fedeli dentro e fuori della vita ecclesiale. Nazioni impostate su modelli democratici, pluralisti, multiculturali, dove la libertà dell’uomo e il dialogo aperto volevano prendere il sopravvento sull’autoritarismo e sulla censura, sollecitavano una Chiesa più impegnata e vicina alle faccende materiali e sociali della vita umana”.

Giovanni XXII, nella Costituzione apostolica Humanae Salutis (documento con il quale veniva indetto il Concilio), aveva descritto con estrema chiarezza i motivi e l’urgenza di un rinnovamento ecclesiale. “In questo nostro tempo – sottolineava Papa Roncalli – la Chiesa vede la comunità umana gravemente turbata aspirare ad un totale rinnovamento. E mentre l’umanità si avvia verso un nuovo ordine di cose, compiti vastissimi sovrastano la Chiesa, come sappiamo avvenuto in ogni più tragica situazione”. La Chiesa era chiamata a reagire e a superare, in prima linea, le tempeste che in quel preciso momento storico scuotevano la Barca di Pietro. Bisognava – chiedeva Giovanni XXIII – “immettere l’energia perenne, vivificante, divina del Vangelo nelle vene di quella che è oggi la comunità umana, che si esalta delle sue conquiste nel campo della tecnica e delle scienze, ma subisce le conseguenze di un ordine temporale che taluni hanno tentato di riorganizzare prescindendo da Dio. Per cui constatiamo che gli uomini del nostro tempo non sono progrediti nei beni dell’animo di pari passo come nei beni materiali. Ne consegue che essi ricercano più negligentemente i valori che non vengono meno; che, al contrario, aspirano ordinariamente ai molteplici piaceri del mondo che il progresso tecnico offre con tanta facilità, e che – ciò che va considerato nuovo e temibile – si è formata ed ha raggiunto molti popoli una corrente di persone, agguerrita come un esercito, che negano l’esistenza di Dio” (Humanae Salutis, 3).

Il brano appena citato risale al 1961, ed è impossibile – anche se nel frattempo sono trascorsi oltre 50 anni – non rileggere in queste parole l’attualità dei nostri giorni e le affermazioni coincidenti di due pontefici: Roncalli e Ratzinger. Nel 1961, infatti, Papa Giovanni XXIII considerava rischioso (come dicevamo prima) quell’«ordine temporale che taluni hanno tentato di riorganizzare prescindendo da Dio», e quella «corrente di persone, agguerrita come un esercito, che negano l’esistenza di Dio»; nel 2010 Papa Benedetto XVI, con analoga preoccupazione, affermava: «siamo tutti nel pericolo di vivere come se Dio non esistesse», e nel 2011: «Si arriva così a pretendere che i cristiani agiscano nell’esercizio della loro professione senza riferimento alle loro convinzioni religiose e morali, e persino in contraddizione con esse».

Fu chiaro a tutti che l’elezione al soglio di Pietro di Karol Wojtyla avrebbe contribuito a dare un maggiore impulso a quel particolare e storico rinnovamento scaturito dal Concilio. Il giorno dopo la sua elezione, infatti, il 17 ottobre del 1978, Giovanni Paolo II, nel primo radiomessaggio “Urbi et Orbi”, utilizzando un plurale majestatis che di lì a poco avrebbe abbandonato – dettagliò le linee programmatiche del suo pontificato: “Anzitutto, desideriamo insistere sulla permanente importanza del Concilio Ecumenico Vaticano II, e ciò è per noi un formale impegno di dare ad esso la dovuta esecuzione. Non è forse il Concilio una pietra miliare nella storia bimillenaria della Chiesa e, di riflesso, nella storia religiosa e anche culturale del mondo? Ma esso, come non è solo racchiuso nei documenti, così non è concluso nelle applicazioni, che si sono avute in questi anni cosiddetti del post-Concilio. Consideriamo, perciò, un compito primario quello di promuovere, con azione prudente e insieme stimolante, la più esatta esecuzione delle norme e degli orientamenti del medesimo Concilio, favorendo innanzitutto l’acquisizione di un’adeguata mentalità. Intendiamo dire che occorre prima mettersi in sintonia col Concilio per attuare praticamente quel che esso ha enunciato, per rendere esplicito, anche alla luce delle successive sperimentazioni e in rapporto alle istanze emergenti e alle nuove circostanze, ciò che in esso è implicito. Occorre, insomma, far maturare nel senso del movimento e della vita i semi fecondi che i Padri dell’assise ecumenica, nutriti della Parola di Dio, gettarono sul buon terreno (cf. Mt 13, 8. 23) cioè i loro autorevoli insegnamenti e le loro scelte pastorali”.

Erroneamente il pontificato di Giovanni XXIII fu considerato di “transizione”, visto che le intuizioni del Concilio – scaturite da un personale abbandono alla volontà di Dio e all’azione (come lui stesso sottolineò) dello Spirito Santo – proseguirono la strada del rinnovamento ecclesiale attraverso i successivi pontificati. A conti fatti, da Giovanni XXIII fino a Giovanni Paolo II (comprendendo anche il prezioso pontificato di Paolo VI e di Giovanni Paolo I) sono trascorsi ben 47 anni. Se a questi vi aggiungiamo i quasi 8 anni di Benedetto XVI (fermo nel proseguire il cammino conciliare), il computo degli anni (55) oltrepassa mezzo secolo. Una “transizione” – si potrebbe dire – abbastanza lunga, e che nemmeno oggi – con Papa Francesco – sembra essersi interrotta. Nell’aprile 2013, infatti, ricordando il Concilio, Papa Bergoglio affermava: “Il Concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a Papa Giovanni: sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore”.

Scritto per Korazym.org

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