Toscana, pillola abortiva Ru486 rilasciata nei consultori

La pillola abortiva Ru486 potrà essere somministrata attraverso i consultori della Regione Toscana. Una notizia, questa, che ha immediatamente sollevato le proteste di molte associazioni pro-life. “La fornitura libera della Ru486 – affermano i responsabili di Scienza & Vita – privatizza l’interruzione di gravidanza, lasciando la donna a sostenere il peso di tutte le fasi abortive nell’indifferenza e nella solitudine” (agenzia Sir). L’uso del prodotto abortivo era stato adottato nei vincoli della Legge 194, prevedendo il ricovero e l’osservazione. “Paletti che sono già stati ampiamente disattesi – lamentano i responsabili dell’associazione – dal momento che la donna, dopo aver assunto la compressa abortiva, poteva agevolmente firmare le proprie dimissioni dal reparto” (Sir).

Il consiglio d’amministrazione dell’Aifa (l’Agenzia italiana del Farmaco) aveva approvato l’utilizzo della pillola abortiva Ru486 in ambito ospedaliero. Tale articolo farmaceutico viene considerato un’alternativa all’aborto chirurgico. Si tratta di un prodotto chimico a base di mifepristone, un potente antiormonale che interrompe l’annidamento dell’embrione nell’utero provocandone l’aborto. Fu l’endocrinologo francese Étienne-Émile Baulieu a trasformare in abortivo un potente medicinale (sperimentato sui topi) che era in grado di arrestare il funzionamento della ghiandola surrenale. Da quel momento (1980) ci si diede da fare per poter utilizzare la proprietà abortiva di questa nuova molecola sulla donna.

La terapia protocollare dalla Ru486 prevede due pillole, assunte a distanza di tre giorni l’una dall’altra; la prima pillola uccide il feto, la seconda provoca le contrazioni per l’espulsione dell’embrione. Tale trattamento non è però infallibile, nel 5% (si parla anche dell’8%) dei casi diventa, infatti, necessario intervenire con un aborto chirurgico.

Tra le complicazioni relative all’assunzione della pillola abortiva Ru486 (emorragie, infezioni, eventi trombotici ecc.) c’è quello della mortalità. Già nel 2005 la prestigiosa rivista New England Medical Journal dichiarava che l’aborto chimico provoca una mortalità dieci volte maggiore di quello chirurgico. Un batterio, infatti, (il Clostridium Sordellii) – difficilmente individuabile poiché non provoca febbre – sarebbe la causa di molte infezioni terminate con la morte.

“La somministrazione della pillola direttamente tramite i consultori – ribadiscono per Scienza & Vita, Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello – scavalca ogni disposizione legislativa e apre a una deregulation senza precedenti, le cui conseguenze sul piano antropologico sono immediatamente intuibili”; e ancora: “In questa vicenda emerge anche l’aspetto umanamente più terribile di una sanità che attraverso il facile paravento burocratico della semplificazione e della riduzione delle liste d’attesa, in realtà abbandona le donne a se stesse”. Le associazioni pro-life, scese in campo, desiderano salvaguardare la vita dell’embrione e nello stesso tempo difendere la dignità della donna, “soprattutto in un momento – concludono Ricci Sindoni e Coviello – in cui spesso l’attenzione, la premura e una parola di sostegno possono incidere favorevolmente nell’accoglienza della vita”.

Scritto per Vatican Insider

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