Don Lorefice: «Non dobbiamo diventare topi di sacrestia»

d_loreficeForse non si è ancora preoccupato dell’abito talare da indossare nel giorno della sua ordinazione episcopale, né del pastorale, l’anello e la croce pettorale che il 5 dicembre prossimo diventeranno i segni esteriori del suo nuovo servizio ecclesiale. Forse, don Corrado Lorefice – in questi giorni nominato arcivescovo di Palermo – è come i gigli descritti nei Vangeli: guardate come crescono, dice Gesù, «non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Lc 12,27). Qualcuno lo ha già definito uno dei frutti più riusciti dell’era Bergoglio, un modello di episcopato che cresce e matura fra la gente, con l’odore delle pecore addosso, senza tanti grilli per la testa o alla ricerca di riconoscimenti e avanzamenti di carriera.

E così, come ogni domenica, il parroco di San Pietro a Modica celebra la Messa e nel corso della sua omelia si rivolge ai fedeli con la semplicità di sempre. «Gesù è fatto così, – dice – guarda sempre in lontananza con ampi orizzonti, e mi piacerebbe che oggi ci annoverasse tra quelli che si mettono vicino a lui per guardarlo e ascoltarlo; e che parlandoci travasasse tutto quello che porta dentro, quello che lui sa e conosce di Dio e quello che lui sa e conosce del mondo guardato con gli occhi di Dio». Don Corrado parla della domenica, della comunione e della condivisione che rendono questo giorno bello e gioioso. Poi chiede: «chi siete venuti a vedere oggi? Corrado Lorefice? Io, insieme a voi, con voi, sono stato sempre uno che ha ascoltato di domenica in domenica il suo Signore. Io sono uno di quelli che insieme a voi ha appreso questa visione grande di Dio. Di domenica in domenica siamo di quelli che hanno avuto la grazia di sedere a mensa accanto al Signore, insieme».

Il Vangelo commentato nella solennità di Tutti i Santi è quello delle beatitudini, esse – spiega don Corrado Lorefice – sono l’obiettivo che Dio vuol farci raggiungere attraverso Cristo; «Noi abbiamo bisogno di sentire i poveri, quelli che sono nel pianto, quelli che hanno fame e sete di giustizia, quelli che sono misericordiosi, quelli che sono puri, quelli che sono operatori di pace, quelli che sono perseguitati per la giustizia, quelli che vengono insultati a causa del vangelo. Noi abbiamo bisogno di sentire che qui passa Dio e qui passa chi con cuore semplice ed umile accoglie Dio e il suo regno nella sua vita». Bisogna stare attenti ai frammenti della nostra umanità, perché «è dentro la vita, dentro la concreta esistenza che poi in fondo cogliamo realmente la presenza di Dio. Perché i poveri sono nella storia, quelli che sono nel pianto sono nella vita ordinaria, quotidiana. Non sono quelli che stanno in chiesa, non si dice nel testo: “beati quelli che sono in chiesa e piangono”. Qui si parla della vita, quella vostra».

Il nuovo arcivescovo di Palermo racconta poi alcuni episodi personali che nei giorni successivi alla sua nomina ad arcivescovo lo hanno fatto riflettere, per dire che è dentro la concretezza della vita che in fondo possiamo cogliere realmente la presenza di Dio e riconoscere il servizio che ci viene chiesto. «Che un vescovo esca, e un vescovo entri, sono i passi della vita»; don Corrado ricorda anche la morte, in questi giorni, di un giovane nigeriano, Célestin, a cui sono stati espiantati alcuni organi, uno «di quei tanti che vediamo fuggire dalla morte, dall’inferno. Lui, 22 anni, con una condizione di salute precarissima, ha sfidato il deserto, ha sfidato il mare, ha sfidato tutto. E ieri è morto lì. E io mi sono trovato lì, per grazia. […] La grazia di essere accanto a lui e di portargli una carezza non solo mia, ma anche vostra». Non si tratta di sentimentalismi – afferma Lorefice – «lì passa Dio. Là dove c’è sofferenza, anche noi abbiamo la grazia di respirare il mondo con gli occhi di Dio. […] Noi siamo fatti per essere beati, per rendere beati altri. Ognuno di noi deve essere in benedizione di altri, per la beatitudine e per la felicità di altri. E questa è la via. Questa è la via».

«Non dobbiamo diventare topi da sacrestia – conclude don Corrado –, qui, ogni domenica il Signore ci offre una parola autentica, ci indica la strada della vera felicità e apre il nostro cuore». «E che cosa volete ancora di più dalla vita? Da qui si riparte». A chi è educatore e a chi ricopre un posto di responsabilità: aprite gli occhi e le orecchie. «Non sto facendo carriera – precisa il nuovo parroco-vescovo di Palermo, al termine della sua vibrante omelia –. Non è carriera questa […]. Perché se faccio carriera, io ho vanificato il mio ministero a Modica, in seminario e lo vanificherò a Palermo. Qui, qui don Corrado resta un figlio del popolo santo di Dio, a cui Dio ha chiesto di fare un servizio. Punto! Quale servizio? Il servizio del Vangelo. Per cui se volete capire qual è la carriera che sto facendo, oggi qui c’è il mio programma pastorale. Vedete che carriera che sto facendo… Questo è il mio programma pastorale».

Scritto per Vatican Insider

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