Il Papa al popolo ecuadoriano: donarsi agli altri, questa è la nostra rivoluzione

papa_quitoPapa Francesco prosegue la visita pastorale in America Latina. Dopo aver incontrato i vescovi dell’Ecuador, celebra la Messa, a Quito, capitale dell’Ecuador, nel Parco Bicentenario, l’area verde più grande della città (125 ettari) capace di contenere un milione e mezzo di persone. Il Parco, caro alla popolazione ecuadoriana, ricorda i due secoli d’indipendenza repubblicana dalla corona spagnola dal 26 maggio 1822. Papa Francesco inizia la sua omelia ricordando proprio il Bicentenario di quel grido di indipendenza dell’America Ispanofona. Quello – dice Papa Francesco – «è stato un grido nato dalla coscienza della mancanza di libertà, di essere spremuti e saccheggiati, “soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno”». Tutti noi, insieme e in comunione con Cristo, – precisa il Pontefice – «diventiamo un grido, un clamore nato dalla convinzione che la sua presenza ci spinge verso l’unità».

Un’altra storia, dunque, una “rivoluzione” e una ricerca dell’unità che parte da Cristo, che conosce bene l’uomo e ne «sperimenta nella propria carne il peggio di questo mondo, che ama comunque alla follia: intrighi, sfiducia, tradimento, però non si nasconde, non si lamenta. Anche noi constatiamo quotidianamente che viviamo in un mondo lacerato dalle guerre e dalla violenza».
Le divisioni e l’odio non riguardano solo le tensioni tra i Paesi o i gruppi sociali; è possibile piuttosto riconoscere la manifestazione – afferma Francesco – «di quel “diffuso individualismo” che ci separa e ci pone l’uno contro l’altro (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 99), frutto della ferita del peccato nel cuore delle persone, le cui conseguenze si riversano anche sulla società e su tutto il creato. Gesù ci invia proprio a questo mondo che ci sfida e la nostra risposta non è fare finta di niente, sostenere che non abbiamo mezzi o che la realtà ci supera. La nostra risposta riecheggia il grido di Gesù e accetta la grazia e il compito dell’unità».

Il Papa invita a costruire l’unità, conseguenza di una evangelizzazione gioiosa, convinti «di avere un bene immenso da comunicare, e che, comunicandolo, si radica; e qualsiasi persona che abbia vissuto questa esperienza acquisisce una sensibilità più elevata nei confronti delle necessità altrui». In questa prospettiva è necessario promuovere il dialogo e il confronto, favorendo la collaborazione e affidando «il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze … Affidarsi all’altro è qualcosa di artigianale, la pace è artigianale». E’ impensabile – precisa il Papa – «che risplenda l’unità se la mondanità spirituale ci fa stare in guerra tra di noi, alla sterile ricerca di potere, prestigio, piacere o sicurezza economica. Questa unità è già un’azione missionaria “perché il mondo creda”. L’evangelizzazione non consiste nel fare proselitismo, ma nell’attrarre con la nostra testimonianza i lontani, nell’avvicinarsi umilmente a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, a quelli che hanno paura o agli indifferenti per dire loro: “Il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore”».

Poi, parlando a braccio, il Papa aggiunge: «Il nostro Dio ci rispetta persino nella nostra bassezza e nel peccato, con umiltà e rispetto; Egli è alla porta e bussa, bussa e aspetta, questo è il nostro Dio».

Papa Francesco ricorda il compito missionario della Chiesa, verso l’interno e verso l’esterno, «come una madre che esce verso l’incontro, una casa accogliente, una scuola permanente di comunione missionaria» (Documento di Aparecida, 370). L’unità, realizzata in Cristo, la ricchezza del diverso, «ci allontana dalla tentazione di proposte più simili a dittature, ideologie o settarismi». Nella preghiera sacerdotale del capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, Gesù prega il Padre perché l’uomo diventi parte di una grande famiglia. «Questa – dice Papa Francesco – è la salvezza che Dio compie e che la Chiesa annuncia con gioia: fare parte del «noi» divino. Il nostro grido, in questo luogo che ricorda quel primo grido di libertà, attualizza quello di san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16). E’ tanto urgente e pressante come quello che manifestava il desiderio di indipendenza. Ha un fascino simile, lo stesso fuoco che attrae. Siate una testimonianza di comunione fraterna che diventa risplendente!».

«Che bello sarebbe – conclude il Papa – che tutti potessero ammirare come noi ci prendiamo cura gli uni degli altri, come ci diamo mutuamente conforto e come ci accompagniamo! Il dono di sé è quello che stabilisce la relazione interpersonale che non si genera dando “cose”, ma dando sé stessi. In qualsiasi donazione si offre la propria persona. “Darsi” significa lasciare agire in sé stessi tutta la potenza dell’amore che è lo Spirito di Dio e in tal modo aprirsi alla sua forza creatrice. L’uomo donandosi si incontra nuovamente con sé stesso, con la sua vera identità di figlio di Dio, somigliante al Padre e, in comunione con Lui, datore di vita, fratello di Gesù, del quale rende testimonianza. Questo significa evangelizzare, questa è la nostra rivoluzione – perché la nostra fede è sempre rivoluzionaria – questo è il nostro più profondo e costante grido».

Scritto per Korazym.org

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