Anche Aldo Moro nell'albo dei possibili beati

Anche la politica ha bisogno di abbeverarsi alle sorgenti della santità, non fosse altro che per restituire credibilità a questa difficile esperienza di “res publica” che don Luigi Sturzo concepiva “come saturata di eticità, ispirata all’amore per il prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune”, e così può accadere – come avvenuto già in passato con Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira – di vedere iscritti nell’albo dei possibili beati lo statista democristiano Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia.

Dopo il nulla osta firmato dal card. Agostino Vallini, vicario del papa per la Diocesi di Roma, che attribuisce ad Aldo Moro il titolo di “Servo di Dio”, il Presidente del Tribunale Diocesano di Roma ha, infatti, avviato l’inchiesta sulla beatificazione del compianto statista democristiano.
Le motivazioni che hanno permesso l’apertura del processo di canonizzazione vertono sul martirio di Moro, e in modo particolare sull’«odium fidei» che avrebbe portato gli esponenti delle “Brigate Rosse” ad uccidere un fulgido esempio di cristianesimo. Lo statista è morto – secondo l’assunto del Postulatore del processo canonico, Nicola Giampaolo – per mano di killer armati da un’ideologia vetero-comunista in guerra contro il cristianesimo. Il corollario, sottolinea Giampaolo, “è un modello di vita, soprattutto per la politica italiana la quale necessita dell’apporto di nuovi dirigenti ancorati ai grandi valori che Moro ha saputo perfettamente rappresentare”.

A rafforzare l’ipotesi di un riconoscimento canonico vi è anche un “miracolo” attribuito ad Aldo Moro e testimoniato dal card. Francesco Colasuonno (deceduto nel maggio 2003) che afferma di essersi rivolto nella preghiera allo statista italiano (guardando il quadro di Moro appeso al muro) durante i giorni di lotta armata scoppiati in Mozambico, quando un gruppo di guerriglieri assaltò la nunziatura apostolica, distruggendola e uccidendo chiunque incontrassero. “È lui il mio santo”, disse Colasuonno dopo aver raggiunto la salvezza.

Oltre alla testimonianza di vita cristiana e all’indiscutibile rettitudine politica, di Aldo Moro possediamo un gran numero di lettere scritte durante i giorni di prigionia (dal 16 marzo del 1978 per 55 interminabili e drammatici giorni), dove è possibile rintracciare lo spirito cristiano che animò, nonostante la reclusione, il coraggioso statista democristiano. “Ho solo capito in questi giorni – scriveva Aldo Moro alla moglie Eleonora – che vuol dire che bisogna aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Gesù Cristo per la salvezza del mondo”; e ancora: “Ora vorrei abbracciarti tanto e dirti tutta la dolcezza che provo, pur mescolata a cose amarissime, per avere avuto il dono di una vita con te, così ricca di amore e di intesa profonda. Dio sa quanto avrei sperato di accompagnarvi ancora un poco, di dare custodia ed aiuto all’amatissimo Luca, di aiutare tutti a superare le prove del duro cammino. Ho tentato tutto ed ora sia fatta la volontà di Dio, credo di tornare a voi in un’altra forma. […] ho fiducia che Iddio vi aiuti. Tu curati e cerca di essere più tranquilla che puoi. Ci rivedremo. Ci ritroveremo. Ci riameremo”.

L’onorevole Aldo Moro – diceva di lui Papa Paolo VI nella famosa lettera del 21 aprile 1978 indirizzata alle Brigate Rosse durante i giorni della prigionia – è un “uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile”. Nel nome supremo di Cristo, – proseguiva il Papa  –  “io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro”.

Un altro “Moro”, – lo statista inglese vissuto tra il 1478-1535, magistrato, poeta, umanista, scrittore, cancelliere di Enrico VIII, martire assunto alla gloria degli altari per la sua fedeltà eroica alla Chiesa di Cristo e al suo Vicario – scriveva così dal carcere alla propria figlia: “Mia cara Margherita, io so che la mia cattiveria, meriterei di essere abbandonato da Dio, tuttavia non posso che confidare nella sua misericordiosa bontà, poiché la sua grazia mi ha fortificato sino ad ora e ha dato tanta serenità e gioia al mio cuore, da rendermi del tutto disposto a perdere i beni, la patria e persino la vita, piuttosto che giurare contro la mia coscienza. […] Dubitare di lui, mia piccola Margherita, io non posso e non voglio, sebbene mi senta tanto debole. E quand’anche io dovessi sentire paura al punto da esser sopraffatto, allora mi ricorderei di san Pietro, che per la sua poca fede cominciò ad affondare nel lago al primo colpo di vento, e farei come fece lui, invocherei cioè Cristo e lo pregherei di aiutarmi. Senza dubbio allora egli mi porgerebbe la sua santa mano per impedirmi di annegare nel mare tempestoso” (Tommaso Moro).

Pubblicato su Korazym.org

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