Pakistan un anno dopo l'uccisione del ministro Bhatti

Diceva di voler servire Gesù da uomo comune, lontano da qualsiasi popolarità o posizione di potere…“Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire”. Così parlava Shahbaz Bhatti, ministro pakistano delle minoranze religiose, prima di essere ucciso crivellato con 30 colpi da un gruppo di estremisti del Tahrik-e-Taliban Pakistan il 2 marzo del 2011, per aver lottato contro la legge sulla blasfemia volta all’eliminazione di gruppi minoritari e avversari politici.

Ad un anno dal suo feroce omicidio sono in tanti (cristiani, autorità musulmane, politici e gente comune) a considerarlo un martire. L’onestà e l’attenzione verso i più deboli e soprattutto il coraggio – sostenuto dalla fede cristiana – di andare oltre le intimidazioni, hanno rappresentato per Bhatti un vero e proprio programma di vita. Gli ostacoli burocratici messi in campo per fermarlo non sono serviti ad arginare il desiderio di verità incarnato nel proprio lavoro, vissuto come un importante compito istituzionale e morale.

A tutt’oggi le forze dell’ordine pakistane non hanno ancora arrestato i responsabili dell’omicidio, dirottando le inchieste verso improbabili piste, come quella per esempio che vedrebbe coinvolti nell’omicidio gli stessi cristiani, interessati ad alcune proprietà della famiglia Bhatti!

Papa Benedetto XVI, all’inizio del nuovo anno, incontrando il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha ricordato il “commovente sacrificio della vita” del Ministro pakistano Shahbaz Bhatti. Affrontando il tema del rispetto della libertà religiosa il Pontefice dichiarava: “Questa è caratterizzata da una dimensione individuale, come pure da una dimensione collettiva e da una dimensione istituzionale. Si tratta del primo dei diritti umani, perché essa esprime la realtà più fondamentale della persona. Troppo spesso, per diversi motivi, tale diritto è ancora limitato o schernito. Non posso evocare questo tema senza anzitutto salutare la memoria del ministro pachistano Shahbaz Bhatti, la cui infaticabile lotta per i diritti delle minoranze si è conclusa con una morte tragica. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato. In non pochi Paesi i cristiani sono privati dei diritti fondamentali e messi ai margini della vita pubblica; in altri subiscono attacchi violenti contro le loro chiese e le loro abitazioni. Talvolta, sono costretti ad abbandonare Paesi che essi hanno contribuito a edificare, a causa delle continue tensioni e di politiche che non di rado li relegano a spettatori secondari della vita nazionale. In altre parti del mondo, si riscontrano politiche volte ad emarginare il ruolo della religione nella vita sociale, come se essa fosse causa di intolleranza, piuttosto che contributo apprezzabile nell’educazione al rispetto della dignità umana, alla giustizia e alla pace”.

Paul Bhatti, fratello del ministro cattolico ucciso, (che ricopre oggi l’incarico di Consigliere speciale del Primo Ministro Gilani per le Minoranze religiose) ricorda Shahbaz come un leader pronto a proteggere, con coraggio e determinazione, le minoranze religiose e le comunità perseguitate: “Il popolo avverte la sensazione che manca un leader, una persona in grado di proteggerlo. Con lui le minoranze sapevano che, in caso di discriminazioni e ingiustizie, era pronto a tutelarle muovendosi sia a livello nazionale che internazionale” (AsiaNews). Islamabad si prepara ad onorare la memoria di Shahbaz con messe, fiaccolate, veglie di preghiera e un grande incontro politico e interreligioso. Il martirio cristiano non è segno di un fallimento religioso che il fedele cerca di camuffare dandogli il senso della testimonianza. Gli esecutori dell’azione omicida, di fronte al martirio del giusto, risultano inesorabilmente perdenti! Questa è la logica “vincente” del cristianesimo.

Shahbaz Bhatti non poteva conoscere i dettagli che gli ultimi istanti della sua vita gli avrebbero riservati, egli era però cresciuto saldamente ancorato alla fede cristiana, dentro una speranza più grande, con una responsabilità e un desiderio di carità maturato sin da piccolo, come egli stesso raccontò alcuni giorni prima di morire: “Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico. Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita”.

(Articolo pubblicato su Korazym)

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