Il Papa ai rifugiati di Lesbo: «Sono venuto qui con i miei fratelli per stare con voi»

Foto: CTV
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Papa Francesco raggiunge Lesbo – una delle principali isole del Mediterraneo, diventata negli ultimi anni un importante approdo per i migranti, che si spostano dalla Turchia o dalla Siria – «per esprimere – è il Pontefice stesso a rivelarne i motivi alcuni giorni fa – vicinanza e solidarietà sia ai profughi, sia ai cittadini di Lesbo, e a tutto il popolo greco tanto generoso nell’accoglienza». Lesbo, secondo i dati recentemente raccolti, lo scorso mese di marzo ospitava nel proprio territorio oltre 3 mila migranti, mentre nel 2015 gli sbarchi complessivi ammontarono a 400 mila profughi. La visita del Papa sposta – anche se per un solo giorno – le telecamere e l’attenzione del mondo su uno dei principali problemi che affliggono la nostra società, mentre da un’altra parte del mondo si progettano muri e barriere per arginare l’avanzata dei migranti.

Atterrato all’aeroporto internazionale di Mytilene, Papa Francesco viene accolto dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Alexis Tsipras, dal Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I e dall’Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Ieronymos. Poi – dopo un breve incontro privato con il Primo Ministro della Repubblica Ellenica – i tre rappresentanti della Chiesa Cattolica e Ortodossa si recano al “Campo di Moria”, il centro di prima accoglienza per migranti, dove sono riuniti gli ospiti del centro.
Il Papa inizia a salutare i giovani rifugiati, ragazzi che hanno perduto i loro genitori e sono rimasti soli e le donne che hanno perso i loro mariti. Poi alcuni bambini gli regalano dei disegni; il Pontefice rimane profondamente colpito e chiede ai suoi collaboratori di conservarli con cura. Ne parlerà – dice – nel corso della conferenza stampa in aereo, al suo rientro in Italia. Poi un uomo, piangendo a dirotto, ringrazia Papa Francesco per la sua presenza, un altro ancora chiede di poter fare una fotografia insieme alla sua famiglia. Infine una bambina, piangendo, si inginocchia ai piedi del Papa… forse l’immagine simbolo di questa giornata. Papa Francesco a tutti regala un sorriso, ma a tratti si mostra visibilmente provato.

Terminato il lungo momento dei saluti, prende la parola l’Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Ieronymos. «Oggi – dichiara nel suo discorso Ieronymos – uniamo le nostre voci nel condannare lo sradicamento e nel denunciare ogni forma di svalutazione della persona umana». «Purtroppo non è la prima volta – prosegue Ieronymos – che denunciamo le politiche che hanno portato queste persone a trovarsi in questa situazione drammatica. Tuttavia noi agiremo, fino a che si ponga fine a tale aberrazione e svalutazione della persona umana. […] «Soltanto quelli che hanno incrociato lo sguardo di quei piccoli bambini che abbiamo incontrato nei campi dei rifugiati, potranno immediatamente riconoscere, nella sua totalità, la “bancarotta” dell’umanità e della solidarietà che l’Europa ha dimostrato in questi ultimi anni a queste persone e non soltanto a loro». l’Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia sottolinea con orgoglio l’attenzione e la solidarietà espressa dal popolo greco nei confronti dei rifugiati; poi conclude il suo discorso «presentando una sola richiesta, un unico appello, un’unica provocazione: le Agenzie delle Nazioni Unite, con la grande esperienza che hanno da offrire, affrontino finalmente questa tragica situazione che stiamo vivendo. Spero di non vedere mai più bambini gettati sulle rive dell’Egeo. Spero di vederli presto in questi stessi luoghi, godere sereni la loro infanzia».

«Il mondo non vi ha dimenticato» – afferma nel suo discorso il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I – «siamo qui per ricordarvi che – anche quando le persone ci voltano le spalle – “Dio è per noi rifugio e fortezza, nostro aiuto nelle angosce. E perciò non dobbiamo avere paura “(Sal 45, 2-3)». «Abbiamo pianto – prosegue il Patriarca – mentre vedevamo il Mediterraneo diventare una tomba per i vostri cari. Abbiamo pianto vedendo la simpatia e la sensibilità del popolo di Lesbo e delle altre isole. Ma abbiamo pianto anche quando abbiamo visto la durezza dei cuori dei nostri fratelli e sorelle – i vostri fratelli e sorelle – chiudere le frontiere e voltare le spalle». Bartolomeo I – con grande schiettezza – ricorda a «coloro che hanno paura di voi non vedono i vostri volti… e i vostri figli»: Essi dimenticano «che l’emigrazione non è un problema del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, dell’Europa e della Grecia. È un problema del mondo. Il mondo sarà giudicato dal modo in cui vi ha trattato. E saremo tutti responsabili per il modo in cui rispondiamo alla crisi e al conflitto nelle vostre regioni di origine». Poi l’appello alla pace: «Il Mediterraneo non deve essere una tomba. […] il Mare Nostrum, e più precisamente il Mar Egeo, dove ci riuniamo oggi, deve diventare un mare di pace. Preghiamo perché i conflitti in Medio Oriente, che sono alla radice della crisi migranti, cessino rapidamente e che sia ripristinata la pace. […] Vi promettiamo che non vi dimenticheremo mai. Non smetteremo mai di parlare per voi. E vi assicuriamo che faremo di tutto per aprire gli occhi e il cuore del mondo».

«Voglio dirvi che non siete soli» – dice subito il Papa all’inizio del suo discorso. Poi con poche parole descrive e definisce il dramma del rifugiato: «avete patito molte sofferenze nella vostra ricerca di una vita migliore. Molti di voi – prosegue il Pontefice – si sono sentiti costretti a fuggire da situazioni di conflitto e di persecuzione, soprattutto per i vostri figli […]. Conoscete il dolore di aver lasciato dietro di voi tutto ciò che vi era caro e – quel che è forse più difficile – senza sapere che cosa il futuro avrebbe portato con sé». Papa Francesco sottolinea la presenza dei due rappresentanti della Chiesa Ortodossa, «Sono venuto qui con i miei fratelli – dice – semplicemente per stare con voi e per ascoltare le vostre storie». Poi un vero e proprio appello rivolto al mondo: «Siamo venuti per richiamare l’attenzione del mondo su questa grave crisi umanitaria e per implorarne la risoluzione. Come uomini di fede, desideriamo unire le nostre voci per parlare apertamente a nome vostro. Speriamo che il mondo si faccia attento a queste situazioni di bisogno tragico e veramente disperato, e risponda in modo degno della nostra comune umanità».
Il Papa parla del genere umano richiamando i tratti distintivi della solidarietà familiare, «quando qualche nostro fratello o sorella soffre – dice –, tutti noi ne siamo toccati. Tutti sappiamo per esperienza quanto è facile per alcune persone ignorare le sofferenze degli altri e persino sfruttarne la vulnerabilità. Ma sappiamo anche che queste crisi possono far emergere il meglio di noi».
Infine un incoraggiamento e un richiamo all’amore: «Non perdete la speranza! Il più grande dono che possiamo offrirci a vicenda è l’amore: uno sguardo misericordioso, la premura di ascoltarci e comprenderci, una parola di incoraggiamento, una preghiera. Possiate condividere questo dono gli uni con gli altri».

Al termine dei discorsi, i tre rappresentanti delle Chiese Cattolica e Ortodossa firmano la Dichiarazione Congiunta, dove viene espressamente ricordato che «l’opinione mondiale non può ignorare la colossale crisi umanitaria, che ha avuto origine a causa della diffusione della violenza e del conflitto armato, della persecuzione e del dislocamento di minoranze religiose ed etniche, e dallo sradicamento di famiglie dalle proprie case, in violazione della dignità umana, dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo». Una simile tragedia, che si ripercuote su milioni di persone, «richiede una risposta di solidarietà, compassione, generosità e un immediato ed effettivo impegno di risorse». L’appello viene rivolto alla comunità internazionale «perché risponda con coraggio, affrontando questa enorme crisi umanitaria e le cause ad essa soggiacenti, mediante iniziative diplomatiche, politiche e caritative e attraverso sforzi congiunti, sia in Medio Oriente sia in Europa».
«Mentre riconosciamo gli sforzi già compiuti per fornire aiuto e assistenza ai rifugiati, ai migranti e a quanti cercano asilo, – si legge ancora nel testo della Dichiarazione Congiunte – ci appelliamo a tutti i responsabili politici affinché sia impiegato ogni mezzo per assicurare che gli individui e le comunità, compresi i cristiani, possano rimanere nelle loro terre natie e godano del diritto fondamentale di vivere in pace e sicurezza».
L’Europa oggi si trova di fronte a una delle più serie crisi umanitarie dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. «Per affrontare questa grave sfida, facciamo appello a tutti i discepoli di Cristo, perché si ricordino delle parole del Signore, sulle quali un giorno saremo giudicati: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. […] In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,35-36.40)».
Da parte nostra, infine, in obbedienza alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, con fermezza e in modo accorato «vogliamo contribuire insieme affinché venga concessa un’accoglienza umana e dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi e a chi cerca asilo in Europa (Charta Oecumenica, 2001). Difendendo i diritti umani fondamentali dei rifugiati, di coloro che cercano asilo, dei migranti e di molte persone che vivono ai margini nelle nostre società, intendiamo compiere la missione di servizio delle Chiese nel mondo».

Scritto per Korazym.org

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