La terza giornata del Papa in Kenya, “prima che l’arbitro fischi la fine”!

papa_giovani_kenyaIn questa terza giornata che il Successore di Pietro dedica alle popolazioni africane del Kenya non poteva mancare la visita al quartiere povero di Kangemi a Nairobi, che accoglie circa 250.000 persone. Inutile sottolineare l’entusiasmo e il desiderio d’incontrare il papa che anima il cuore delle centinaia di persone che con trepidazione hanno atteso questo memorabile giorno. Gli abitanti di questo quartiere povero – una baraccopoli circondata da zone residenziali dove mancano i servizi essenziali – attendono il papa dei poveri, uno di famiglia, capace di guardarli e abbracciarli con lo sguardo amorevole che animava Cristo.

Papa Francesco non delude le loro aspettative, e all’inizio del suo discorso dice: «In realtà, mi sento a casa condividendo questo momento con fratelli e sorelle che, non mi vergogno a dire, hanno un posto speciale nella mia vita e nelle mie scelte. Sono qui perché voglio che sappiate che le vostre gioie e speranze, le vostre angosce e i vostri dolori non mi sono indifferenti. Conosco le difficoltà che incontrate giorno per giorno!».

Il Pontefice parla della «saggezza dei quartieri popolari. Una saggezza che scaturisce da «un’ostinata resistenza di ciò che è autentico» (Laudato si’, 112), da valori evangelici che la società del benessere, intorpidita dal consumo sfrenato, sembrerebbe aver dimenticato». Tale saggezza si esprime nei valori della solidarietà, del dono di sé agli altri e della difesa della vita, «valori che si fondano sul fatto che ogni essere umano è più importante del dio denaro. […] Valori che non si quotano in Borsa, valori con i quali non si specula né hanno prezzo di mercato».

Il Papa non dimentica di denunciare l’ingiustizia della emarginazione urbana, «ferite provocate dalle minoranze che concentrano il potere, la ricchezza e sperperano egoisticamente mentre la crescente maggioranza deve rifugiarsi in periferie abbandonate, inquinate, scartate». Sono tante le famiglie costrette «a pagare affitti abusivi per alloggi in condizioni edilizie per niente adeguate», mentre altri – «“imprenditori privati” senza volto» – si accaparrano le terre, e «pretendono perfino di appropriarsi del cortile della scuola dei propri figli. Questo accade perché si dimentica che “Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno” (Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 31)».

Papa Francesco continua ad elencare – con precisa dovizia di particolari – le gravi difficoltà presenti in questo quartiere povero di Kangemi, come la mancanza di accesso alle infrastrutture e servizi di base (bagni, fognature, scarichi, raccolta dei rifiuti, luce, strade, ma anche scuole, ospedali, centri ricreativi e sportivi, laboratori artistici), o l’accesso all’acqua potabile; «Negare l’acqua ad una famiglia, attraverso qualche pretesto burocratico – afferma il Papa –, è una grande ingiustizia, soprattutto quando si lucra su questo bisogno». Non mancano l’indifferenza e l’ostilità di cui soffrono i quartieri popolari, situazione che si aggrava ancora di più «quando la violenza si diffonde e le organizzazioni criminali, al servizio di interessi economici o politici, utilizzano i bambini e i giovani come “carne da cannone” per i loro affari insanguinati».

Il grido del Pontefice sale fino a Dio; a Lui, infatti, si rivolge e non ad altri: «Chiedo a Dio che le autorità prendano insieme a voi la strada dell’inclusione sociale, dell’istruzione, dello sport, dell’azione comunitaria e della tutela delle famiglie, perché questa è l’unica garanzia di una pace giusta, vera e duratura».

Non si tratta di problematiche isolate – precisa Francesco – «sono piuttosto una conseguenza di nuove forme di colonialismo, che pretende che i paesi africani siano “pezzi di un meccanismo, parti di un ingranaggio gigantesco» (Giovanni Paolo II, Ecclesia in Africa, 32-33). Non mancano di fatto, pressioni affinché si adottino politiche di scarto come quella della riduzione della natalità che pretende «legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare” (Laudato si’, 50)».

Il Papa chiede a tutti i cristiani, e in particolare ai Pastori, di prendere posizione di fronte alle tante ingiustizie, per accompagnare i propri cittadini e coinvolgersi nei loro problemi. Migliorare le condizioni di vita di queste persone, «non è filantropia, – dice il Papa – è un dovere di tutti»; poi citando un’espressione di Papa Benedetto XVI ricorda: «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo».

Incontro con i giovani

Al termine di quest’incontro, il Pontefice lascia Kangemi per traferirsi allo Stadio Kasarani. Lo stadio può contenere circa 70.000 persone. Altre 100.000 circa seguono l’evento dal parcheggio esterno allo stadio. I protagonisti di quest’incontro sono i giovani e il loro coinvolgente entusiasmo. Il Papa – com’è solito fare spesso con i giovani – mette da parte il discorso preparato per l’occasione e parla a braccio, rispondendo ad alcune domande rivolte dai ragazzi.

Di fronte alla divisione, la lotta, la guerra, la morte, il fanatismo, la distruzione fra i giovani, Papa Francesco risponde: «un uomo perde il meglio del suo essere umano quando si dimentica di pregare, perché si sente onnipotente, perché non sente il bisogno di chiedere aiuto davanti a tante tragedie». La vita – prosegue Francesco – «è piena di difficoltà però ci sono due modi di guardare le difficoltà: o la si guarda come qualcosa che ti blocca, ti distrugge, ti tiene fermo, oppure la guardi come un’opportunità. A voi spetta scegliere. […] La terra è piena non solo di difficoltà ma di inviti a deviare verso il male, ma c’è qualcosa che tutti voi giovani avete che dura un certo tempo, la capacità di scegliere».

Alla domanda sul tribalismo, il Pontefice risponde: «Il tribalismo distrugge una nazione. Il tribalismo vuol dire tenere le mani nascoste dietro di noi e avere una pietra in ogni mano per lanciarla contro l’altro. Il tribalismo solo si vince con l’ascolto con il cuore e con la mano […]. Ma il tribalismo è un lavoro di tutti i giorni. Sconfiggere il tribalismo è un lavoro di tutti i giorni. Un lavoro dell’orecchio, un lavoro del cuore, di aprire il mio cuore all’altro, ed è un lavoro della mano: darsi la mano uno con l’altro».

A proposito della corruzione, Papa Francesco dice: «Non solo in politica, in tutte le istituzioni, incluso nel Vaticano, hai casi di corruzione. La corruzione è qualcosa che ci entra dentro, E’ come lo zucchero, ci piace, è facile, e poi finiamo male, facciamo una brutta fine. Invece di tanto zucchero facile, finiamo diabetici oppure il nostro paese finisce per ammalarsi di diabete. Ogni volta che accettiamo una tangente, che accettiamo una bustarella e ce la mettiamo in tasca, distruggiamo il nostro cuore, la nostra personalità, la nostra patria».

Come usare i mezzi di comunicazione per divulgare il messaggio di speranza di Cristo? «Il primo mezzo di comunicazione – afferma il Pontefice – è la parola, il gesto, il sorriso. Primo gesto di comunicazione è la vicinanza, è cercare l’amicizia. Se voi parlate bene tra di voi, se sorridete, se vi avvicinate come fratelli, se siete vicini l’uno all’altro, anche se appartenente a tribù differenti, anche quelli che hanno bisogno, gli abbandonati, gli anziani che nessuno visita se siete vicini a loro, questi gesti di comunicazione sono più contagiosi di qualunque rete televisiva».

Cosa fare per impedire il reclutamento delle nostre persone care? «Per rispondere a questo dobbiamo sapere perché un giovane pieno di illusioni si lascia reclutare oppure va a cercare per essere reclutato, si allontana dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalla sua tribù, dalla sua patria, si allontana dalla vita perché impara a uccidere. E questa è una domanda che voi dovete rivolgere a tutte le autorità. Se un giovane, un ragazzo o una ragazza, non ha lavoro, non può studiare che può fare? Può andare nella delinquenza oppure cadere in una forma di dipendenza, oppure suicidarsi. In Europa le statistiche dei suicidi non vengono pubblicate. Oppure arruolarsi in qualche attività che dimostri una finalità nella vita e magari sedotto o ingannato. La prima cosa che dobbiamo fare per evitare che un giovane sia reclutato o vada a reclutarsi è l’educazione e il lavoro. Se un giovane non ha lavoro quale futuro gli rimane?».

Come possiamo capire che Dio è nostro padre? Come possiamo vedere la mano di Dio nella tragedie della vita? Come possiamo trovare la pace di Dio? «Questa domanda se la pongono le donne e gli uomini di tutto il mondo e non trovano una ragione. Ma ci sono domande che per quanto uno si sforzi di pensare non riesce a trovare una spiegazione. Come posso vedere la mano di Dio in una tragedia della vita? C’è una sola risposta, no, non è una risposta, c’è un solo cammino: guardare al Figlio di Dio. Dio lo ha consegnato per salvare tutti noi, Dio stesso si è fatto tragedia, Dio stesso si è lasciato distruggere sulla croce e quando è il momento che non capite, quando siete disperati e il mondo vi cade addosso, guarda la croce. Lì c’è il fallimento di Dio, la distruzione di Dio, ma lì c’è anche una sfida alla nostra fede: la speranza perché la storia non è finita in quel fallimento, ma c’è stata la resurrezione che ha rinnovato tutti».
Poi Papa Francesco fa ai giovani una personale confidenza: «In tasca porto sempre due cose: un rosario per pregare e una cosa che sembra strana… cos’è questo? Questo è la storia del fallimento di Dio. E’ una piccola Via Crucis. Così come Gesù ha sofferto da quando è stato condannato a morte fino a quando è stato sepolto. Con queste due cose faccio del mio meglio. Grazie a queste due cose non perdo la speranza».
Quali parole per i giovani che non hanno vissuto l’amore nelle proprie famiglie? «Dovunque, ci sono ragazzi abbandonati o perché sono stati abbandonati alla nascita o perché la vita, la famiglia, i genitori li hanno abbandonati e non sentono l’affetto della famiglia. Per questo la famiglia è così importante. Difendete la famiglia, difendetela sempre. In tutte le parti non ci sono solo bambini abbandonati, ma anche anziani abbandonanti che stanno soli senza che nessuno li visiti, nessuno gli vuole bene. Come si può uscire da questa esperienza negativa di lontananza e mancanza di amore? C’è in solo rimedio per uscire da queste esperienze: fare quel che io non ho ricevuto. Se voi non avete ricevuto comprensione siate comprensivi con gli altri, se non avete ricevuto amore amate gli altri, se avete sentito il dolore della solitudine, avvicinatevi a quello che sono soli, la carne si cura con la carne e Dio si è fatto carne per curare noi. Quindi anche noi dobbiamo fare lo stesso con gli altri».

Poi, «prima che l’arbitro fischi la fine» ­– dice simpaticamente – il Papa chiede ai giovani di recitare insieme a lui la preghiera del Padrenostro, «il nostro Padre del Cielo che ha un solo difetto: non può smettere di essere Padre».

Scritto per Korazym.org
Foto: Martha Calderon/ Aci Group

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