Il Papa ai detenuti latinoamericani: “Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato”

papa_detenutPapa Francesco, certamente, non poteva lasciare la Bolivia, senza prima aver fatto visita al “Centro di Rieducazione Santa Cruz”, per portare ai detenuti l’amicizia e l’attenzione del papa latinoamericano e della Chiesa. Chiamato comunemente “Palmasola”, Il Centro di rieducazione Santa Cruz è una delle realtà penitenziarie dell’America Latina tra le più dure e pericolose della regione, ma è anche il centro che propone una particolare esperienza di convivenza tra i detenuti e i loro familiari. Uno dei padiglioni maschili, per esempio, è aperto alle visite diurne ed ospita quasi tremila prigionieri, con i quali le famiglie (duemila persone circa al giorno) possono convivere in una sorta di villaggio protetto e gestito dagli stessi reclusi. Questo centro di rieducazione viene spesso considerato “una giungla di violenze”, che si consumano spesso all’interno del carcere, tra bande rivali, o per il legame che talvolta continua ad intercorrere tra alcuni reclusi e i traffici della malavita locale.

Quando Papa Francesco entra nel Centro di rieducazione viene accolto da un grande entusiasmo. Oltre ai detenuti sono presenti i loro familiari. Alcuni detenuti rivolgono al Papa il benvenuto di tutti gli altri compagni; nelle loro parole vi è anche la denuncia di abuso di potere da parte delle istituzioni nei loro confronti; la negligenza della giustizia nei confronti di chi è in questo carcere e che vive in una sorta di limbo in attesa di conoscere se è colpevole o innocente; l’abbandono delle autorità e la corruzione; il sovraffollamento, la lentezza della giustizia, la mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, la violenza. I detenuti chiedono al Papa di farsi portavoce della loro condizione e di intercedere perché venga loro riservata una migliore assistenza. Essi chiedono giustizia e dignità… e la chiedono a Papa Francesco.

«Grazie per avermi accolto – dice il Pontefice, quando inizia il suo discorso –. So che vi siete preparati e avete pregato per me. Vi ringrazio tanto». «Nelle testimonianze di coloro che sono intervenuti, ho potuto constatare come il dolore non è in grado di spegnere la speranza nel profondo del cuore, e che la vita continua a germogliare con forza in circostanze avverse».

«Chi c’è davanti a voi?», chiede Papa Bergoglio. «Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre».

Il Pontefice parla ai detenuti dell’amore di Dio che prende sul serio la vita dei suoi figli; Egli è l’amore che guarisce, perdona, è capace di rialzare e curare, «un amore – dice il Papa – che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta». Anche Pietro e Paolo sono stati messi in prigione, e in quella circostanza qualcosa li ha sostenuti e non li ha lasciati cadere nella disperazione. «E’ stata la preghiera. Personale e comunitaria. Loro hanno pregato e per loro pregavano. Due movimenti, due azioni che insieme formano una rete che sostiene la vita e la speranza. Ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare. Una rete che sostiene la vita, la vostra e quella dei vostri famigliari».

Il Papa offre ai detenuti una speranza e un’amicizia nuova: «quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare. E se in qualche momento ci sentiamo tristi, male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto. Tutti possiamo affidare a Lui le nostre ferite, i nostri dolori, anche i nostri peccati. Nelle sue piaghe, trovano posto le nostre piaghe. Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate».

Bisogna lavorare per restituire dignità alla vita, «la reclusione non è lo stesso di esclusione, perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società». «Non possiamo dare tutto per perso – ricorda Papa Francesco –. Ci sono cose che possiamo già fare ora». Vivere in un centro di riabilitazione non è facile, «la sofferenza e la privazione possono rendere il nostro cuore egoista e dar luogo a conflitti, ma abbiamo anche la capacità di trasformarle in occasione di autentica fraternità». «Aiutatevi tra di voi» – esorta il Pontefice – «Non abbiate paura di aiutarvi fra di voi. Il diavolo cerca la rivalità, la divisione, le fazioni. Lottate per andare avanti».

Il Papa, infine, ricorda l’importante presenza dei familiari che sostengono i detenuti nelle loro difficoltà, e invia loro il suo saluto. «È tanto importante la loro presenza e il loro aiuto! I nonni, il padre, la madre, i fratelli, la moglie, i figli. Ci ricordano che vale la pena vivere e lottare per un mondo migliore». Poi un particolare ricordo a quanti lavorano nel Centro “Palmasola”, ai dirigenti, agli agenti della Polizia penitenziaria, a tutto il personale. «Fate un servizio pubblico fondamentale – afferma Papa Francesco –. Avete un compito importante in questo processo di reinserimento. Il compito di rialzare e non di abbassare; di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere. Un processo che chiede di abbandonare una logica di buoni e cattivi per passare a una logica centrata sull’aiutare la persona. Creerà condizioni migliori per tutti. Poiché un processo vissuto così ci nobilita, ci incoraggia e ci rialza tutti».

Ultimo atto del Pontefice, prima della benedizione: una preghiera comune, «ciascuno – dice Francesco – sa come farlo…»; e al termine di tutto la richiesta del Papa: «Per favore, vi chiedo di continuare a pregare per me, perché ho anch’io i miei errori e devo fare penitenza. Grazie».
Al termine dell’incontro, il Santo Padre si trasferisce alla chiesa parrocchiale “La Santa Cruz” per incontrare i Vescovi della Bolivia, poi il Papa si recherà in Paraguay.

Scritto per Korazym.org

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