“Almeno” a Pasqua, si permetta a 10 persone di partecipare alle celebrazioni del Triduo e ricevere l’Eucaristia

Tantissime persone – per non rischiare di contrarre il Coronavirus – hanno vissuto queste prime giornate di sosta forzata in casa rispettando tutte le regole suggerite dal Governo, persino la decisione di sospendere la celebrazione dell’Eucarestia in presenza del popolo, lasciando al prete il triste compito di “suonarsela e cantarsela” da solo e attraverso il web.

Sappiamo però, o per esperienza o per inquietante presentimento, che una simile restrizione potrebbe superare il limite del 3 aprile, e abbracciare “casualmente” anche la Pasqua.

Certamente, non si vuol peccare di irresponsabile ingenuità e tutti sappiamo l’importanza di una rigida prevenzione per arginare il Covid-19. Tuttavia non possiamo tacere, o far finta di non aver compreso, la logica che il buon Dio ha voluto dare alle realtà sacramentali – in virtù di quella “Alleanza” tra Dio e l’uomo che dalla prima pagina della Bibbia fino all’ultima ci è stata tramandata – soprattutto quando parliamo di sacrificio Eucaristico.

Prima osservazione: durante la celebrazione della Messa c’è un gesto che il sacerdote o il diacono compiono durante la preparazione dei doni eucaristici che di lì a poco diventeranno Corpo e Sangue di Cristo; nel calice del vino viene versata qualche goccia d’acqua, accompagnata dalla preghiera «L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana». Si tratta di un’azione simbolica che vuol sottolineare l’unione della nostra natura con la vita di Cristo, la partecipazione al suo sacrificio che sta per riattualizzarsi, o come dice san Tommaso d’Aquino nel XIII secolo, nella Summa theologiae, quella di significare l’unione del popolo cristiano con Cristo. Ma ancor prima, nel III secolo, san Cipriano di Cartagine in una delle sue lettere affermava: «Se qualcuno offrisse solo vino, il sangue di Cristo inizierebbe a essere senza di noi. Se invece ci fosse solo acqua, allora il popolo inizierebbe a essere senza Cristo» (Epistola 63,13).

Seconda osservazione: il can. 906 del Codice di Diritto Canonico così recita: «Il sacerdote non celebri il Sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele, se non per giusta e ragionevole causa». Il propagarsi del Coronavirus rappresenta certamente una “giusta e ragionevole causa”. Tuttavia constatiamo che tra le giuste motivazioni per uscire di case il Governo consente l’acquisto di prodotti alimentari, farmaceutici e persino l’acquisto delle sigarette [sic!], osservando le principali precauzioni (mascherina, distanza di sicurezza, ingresso nei supermercati a piccoli gruppi ecc.).

Sarà certamente lecito, dunque, domandarsi come mai non sia stato possibile adottare queste sacrosante eccezioni per permettere anche, a chi lo desidera, di recarsi in chiesa per ricevere “almeno” l’Eucaristia!

Seconda osservazione o proposta: tenuto conto dell’attuale emergenza sanitaria internazionale, per non correre il “rischio” (non meno grave del Coronavirus) di non osservare due dei cinque precetti della Chiesa, rintracciabili nel Catechismo della Chiesa Cattolica, “confessarsi almeno una volta l’anno, e ricevere il sacramento dell’Eucaristia almeno a Pasqua” (CCC, 2042), perché non permettere (questa volta potrebbe essere la Conferenza Episcopale Italiana a suggerirlo al Governo) che le celebrazioni del Triduo pasquale si possano svolgere in tutte le chiese con la presenza di sole 10 persone? La distanza di sicurezza verrebbe così rispettata, ma soprattutto il sacrificio di Cristo verrebbe onorato e accolto da una rappresentanza del Popolo di Dio!

Articolo scritto per Korazym.org

Foto: The Passion of the Christ di Mel Gibson

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