Lettera di una professoressa

«Abbiamo già fatto un pezzetto di strada insieme con i vostri ragazzi e noto che stanno crescendo, ognuno con i propri ritmi e secondo la propria personalità: questi “pargoli” cominciano a capire cosa sia un liceo, quali impegni richiede e come affrontare le difficoltà che via via si presentano. Proprio l’altro giorno li osservavo mentre organizzavano la festicciola natalizia in classe e li vedevo così belli, così veri, a loro agio e soprattutto così uniti. Ecco io credo che un valore che questi ragazzi si possono portare già da questi tre mesi di scuola sia proprio quello della forza di un gruppo classe meraviglioso… Pronti a collaborare tra loro, a prendersi in giro con fine ironia, a scherzare, ma ad aiutarsi comunque e sempre, come in una grande famiglia».
Sono le parole che la professoressa Eugenia Viola, del Liceo Scientifico “Cannizzaro”, a Palermo, scrive ai genitori del proprio gruppo classe in prossimità del Natale. Una riflessione probabilmente scritta di getto, dopo aver riposto il registro personale – con il programma e le valutazioni del primo trimestre – nel cassetto della Sala dei professori, e soprattutto (chissà, magari è andata così) dopo aver “interrogato” il proprio cuore.

Una riflessione che racconta un modo diverso di essere educatore e di scrutare i propri discenti con uno sguardo che entra nelle profondità del loro cuore, non soltanto per istruirlo ma soprattutto per accompagnarlo in quel cammino di crescita adolescenziale che i giovani si ritrovano a percorrere, talvolta, in solitudine.
«Son proprio belli questi vostri pargoli – prosegue la Professoressa –, con la freschezza dei loro 14 anni, ancora bambini per certi aspetti, ma che si sentono già grandi e in questo sforzo camaleontico di metamorfosi continua, sentono comunque di non essere soli, sentono che possono contare ognuno sull’appoggio degli altri. Ho detto loro, nel fare gli auguri natalizi, che se Natale significa “nascita”, anche loro sono chiamati ad una nuova prospettiva di vita che deve portare ognuno, sia credente che non, a rinnovare dunque qualcosa di se stesso e della propria vita. Mentre dicevo queste cose, mi guardavano sorridenti e con uno sguardo limpido e sereno di chi, forse non avendo totalmente compreso il senso delle mie parole o non essendone pienamente convinto, si apre comunque all’altro e si mostra disponibile alla comunicazione. Nel loro sguardo ho capito però che i “pargoli” percepivano che stavo dicendo qualcosa di più importante della terza declinazione di latino o di qualsiasi altra regola».

Certamente, in questi ultimi anni, la scuola Italiana ha registrato momenti di grave instabilità, a discapito del corpo docente, degli alunni e del loro futuro. Da un lato la categoria degli insegnanti, sempre più stanca, alla ricerca di nuovi progetti educativi, talvolta non sufficientemente stimolata a dare il meglio delle proprie competenze, più o meno preoccupata del futuro scolastico o peggio ancora rassegnata alla solita routine; dall’altro la vita dello studente denutrita dal punto di vista dei valori, parzialmente orientata al raggiungimento di quelle competenze essenziali utili per realizzazione personale, costretta a navigare verso un orizzonte economico-sociale sempre più distante! Insomma un ritratto cupo e dimesso della società scolastica attuale, dalle tinte scure e indefinite, come uno di quei dipinti dove la sagoma dell’uomo e ciò che egli rappresenta, a poco a poco, comincia a scomparire per lasciare spazio a strani segni colorati dalle tonalità eccessivamente forti, distribuite irregolarmente sulla tela senza nessun criterio artistico, metafore di una modernità sempre più incalzante, private di quell’unico elemento luminoso capace di esprimere la bellezza.

La lettera della professoressa Viola, rivolta ai genitori e agli alunni, rappresenta allora un importante segno di vivacità educativa che non si è piegato alle contraddizioni del mondo, e che ha saputo valorizzare la professione dell’insegnante, la responsabilità educativa dei propri studenti e il dialogo con i loro genitori.
«Ecco – conclude la Professoressa – io sento con forza che è proprio questo il compito di noi educatori: indicare ai ragazzi alte vette, da cui si sentiranno prima affascinati, poi stimolati, e che poi, a poco a poco, tenteranno di raggiungere, ognuno con il proprio passo, mentre noi saremo lì, come accompagnatori in questo cammino, pronti ad aiutarli a rialzarsi dopo le cadute, ma orientandoli sempre verso il magis».

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