Castelvetrano, i detenuti scrivono al vescovo: chiediamo perdono

carcere«[…] A noi che abbiamo smarrito la via del giusto e che ogni giorno cerchiamo la Misericordia di Dio. Noi che abbiamo peccato per vanità e qualcuno per bisogno, sappiamo della punizione che la giustizia terrena ci ha riservato e siamo qui a scontare la nostra pena con la detenzione. Ma a lei, eccellenza, chiediamo di perdonarci l’aver mancato alla legge di Dio». Sono le parole che i detenuti del carcere di Castelvetrano, nella provincia siciliana di Trapani, rivolgono, con una lettera, al vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Domenico Mogavero. Una sorta di “preghiera universale” che abbraccia alcune delle realtà ferite del nostro tempo.

Le parole rivolte al vescovo – pubblicate dalla rivista diocesana “Condividere” – vanno oltre i personali interessi spirituali e sociali. I detenuti, infatti, ricordano nella loro preghiera i principali avvenimenti che riguardano il mondo; volevamo chiederle – dicono a Mogavero – «di pregare con noi per tutti i migranti morti e per quelli che ogni giorno rischiamo la vita per fuggire da guerre, soprusi, fame e carestie, che sono costretti a subire a causa di uomini senza scrupoli che non si voltano a vedere quanti morti la loro sete di ricchezza ha mietuto. Per tutte le vittime del terrorismo che in nome di Dio uccidono innocenti in tutto il mondo».

A favorire l’occasione d’incontro con i detenuti della Casa circondariale di Castelvetrano è Il coro diocesano di Mazara del Vallo, diretto da Eugenia Sciacca, che si è esibito presso il carcere nell’ambito dell’anno giubilare, per celebrare una delle sette opere di misericordia corporale, “ero carcerato e mi avete visitato”.

La lettera ricevuta – dichiara il vescovo Mogavero – «è un messaggio che tiene conto di una presenza costante da parte nostra: il cappellano e un gruppo di volontari che si adoperano periodicamente per facilitare il recupero dei reclusi, per dare loro delle opportunità di crescita spirituale e anche di revisione della loro vita e condotta. Io vado a celebrare la Messa due volte l’anno, forse questa nostra presenza ha facilitato la loro presa di coscienza riguardo agli errori commessi, e quindi alla loro volontà di recuperare dal punto di vista umano ed etico».

Alla domanda, su cosa noi oggi non siamo più capaci di vedere nelle persone che vivono in carcere, Mogavero risponde: «Il fatto che quelle mura le consideriamo impenetrabili, non perché chi è dentro non può uscire, quanto piuttosto per il fatto che la loro condanna – dal punto di vista della considerazione dell’opinione pubblica – è una condanna definitiva e perpetua. Chi entra in carcere è bollato per sempre, e questo non è giusto, perché il carcere è esattamente il contrario, è il luogo dove si può favorire il recupero della persona, e uscendo da lì facilitare il rientro nella società civile, con la possibilità di un impegno e un lavoro. La visibilità che questi ragazzi chiedono è una visibilità che tenga conto del loro percorso di redenzione, come a dire “non considerateci dei perversi che non hanno più nulla da fare e da chiedere alla vita, ma considerateci come persone che stanno pagando per gli errori commessi. Non fateci scontare la pena ulteriore del disonore o del marchio a vita”».

I detenuti – nel testo della lettera – pregano anche per coloro che amministrano la giustizia, per una legge giusta e veramente uguale per tutti, auspicando anche condizioni di vita eque per ogni persona. Non manca, poi, una speciale preghiera per Papa Francesco, perché – scrivono – «nostro Signore Gesù possa tenerlo in salute per continuare con la sua passione e umanità a riempire il corpo e l’anima dei poveri che ormai in lui vedono un’ancora di salvezza, visto che – precisano – chi ha il dovere di occuparsi di loro non lo fa».

Nelle parole dei reclusi, vi è anche il ricordo e la preghiera per le proprie famiglie, consapevoli di averle coinvolte in questa esperienza di sofferenza; esse – dicono – «soffrono più di noi a causa della nostra detenzione». Attenzione e riconoscenza vengo espressi nei confronti degli educatori, del personale penitenziario e i volontari che – precisano – «anche se i mezzi a loro disposizione sono pochi, si sforzano per alleggerire il peso della reclusione». Al vescovo chiedono ancora una preghiera, per le persone ammalate e per defunti, e poi un’ultima importante richiesta: «Eccellenza, le chiediamo di ricordarci sempre così, da non farci diventare invisibili agli occhi di tutta la comunità cristiana».

Scritto per Vatican Insider

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