Il Papa incontra i bambini dell’Ospedale pediatrico messicano

Papa_ospedale_messico_virPapa Francesco conclude la seconda giornata del suo viaggio apostolico visitando l’ospedale pediatrico “Federico Gomez” di Città del Messico. Una struttura ospedaliera considerata d’eccellenza – specializzata in malattie oncologiche e malformazioni natali – che si occupa dei bambini che vivono in condizioni di miseria, e che per il 95% provengono da tutto il Messico. Sono circa 255 mila i bambini che nell’arco di un anno si rivolgono al Federico Gomez per una visita esterna, e circa 6 mila i bambini ricoverati nella parte interna dell’ospedale. La visita del Pontefice latinoamericano è attesissima, essa – dichiara il direttore generale dell’ospedale, Josè Alberto Garcia Arranda, ai microfoni di Radio Vaticana – rappresenta «un messaggio di fede, un messaggio di speranza e di misericordia, come lui ha detto recentemente, per tutti quelli che soffrono. E questi bambini che sono poveri, questi bambini che hanno malattie gravi, soffrono moltissimo».

Papa Francesco nella prima parte pubblica della sua visita incontra 36 bambini e alcuni tra accompagnatori e familiari, poi si reca nel reparto oncologico per salutare 25 bambini malati di cancro. In tale circostanza il Pontefice assiste ad una piccola cerimonia molto importante per i piccoli pazienti. Quando, infatti, un bambino guarisce dal cancro – spiega ancora Josè Alberto Garcia Arranda – «viene accompagnato da altri bambini della comunità che sono malati come lui e suona una campana», per dire al Cielo che si è liberato dalla malattia e per ringraziarLo. «La settimana passata due bambini sono stati dichiarati guariti dal cancro. Quindi questi due bambini entreranno lì dov’è la campana con altri bambini e la suoneranno per fare una cerimonia completa» di fronte al Pontefice.

Certamente questo particolare incontro del Papa con i bambini, che sperimentano la sofferenza, non è facile da commentare. La tenerezza e la sofferenza si mescolano nel misterioso abbraccio dell’amore di Dio. «Ringrazio Dio – dice Papa Francesco – per l’opportunità che mi dona di poter venire a visitarvi, di incontrarmi con voi e le vostre famiglie in questo Ospedale. Poter condividere un pochino della vostra vita, di quella di tutte le persone che lavorano come medici, infermieri, membri del personale e volontari che li assistono». Il Pontefice ricorda ai presenti l’episodio evangelico della presentazione di Gesù al Tempio, e la gioia del vecchio Simeone che vede Gesù, e prendendolo in braccio comincia a benedire Dio. «Vedere il bambino Gesù – prosegue il Papa – provocò in lui due cose: un senso di gratitudine e il desiderio di benedire. Simeone è il “nonno” che ci insegna questi due atteggiamenti fondamentali: quello di ringraziare e quello di benedire».

Il senso di gratitudine e il desiderio di benedizione, vissuti da Simeone, il Papa li fa subito suoi; «Da un lato – dice –, attraversando quella porta e vedendo i vostri occhi, i vostri sorrisi, i vostri volti ha suscitato il desiderio di rendere grazie. […] Per l’affetto che avete nell’accogliermi […], perché vedo l’affetto con cui siete curati e accompagnati, […] per lo sforzo di tanti che stanno facendo del loro meglio perché possiate riprendervi presto. È così importante sentirsi curati e accompagnati, sentirsi amati e sapere che state cercando il modo migliore di curarci; per tutte queste persone dico: grazie». Poi la benedizione e la volontà di chiedere a Dio di accompagnare i piccoli, i loro familiari e «tutte le persone che lavorano in questa casa e fanno in modo che quei sorrisi continuino a crescere ogni giorno. A tutte le persone che non solo con medicinali bensì con la “affettoterapia” aiutano perché questo tempo sia vissuto con più gioia».

Il Pontefice, a conclusione del suo discorso, ricorda la speranza che la Vergine di Guadalupe suscitò nel cuore del giovane Juan Diego: «“Non si turbi il tuo cuore e non ti inquieti cosa alcuna. Non ci sono qui io, che sono tua Madre?”. Abbiamo la nostra Madre: chiediamole di offrirci al suo Figlio Gesù. Chiudiamo gli occhi e domandiamole quello che il nostro cuore oggi desidera, e poi diciamo insieme: Ave Maria…».

Scritto per Korazym.org

Foto: CTV

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