«Il Vaticano II? Riforme, ma soprattutto un nuovo modo di pensare»

conc_vatIl 5 dicembre 1965, nel corso di un’udienza generale, papa Paolo VI diceva che il Concilio, per sua natura, «è un fatto che deve durare. Se davvero esso è stato un atto importante, storico e, sotto certi aspetti, decisivo per la vita della Chiesa, è chiaro che noi lo troveremo sui nostri passi an­cora per lungo tempo; ed è bene che sia così». E così – potremmo dire – è stato, da cinquant’anni a questa parte, senza smentire, nemmeno per un istante, la profetica considerazione del “primo Papa moderno” (come lo hanno definito i biografi) che accompagna la Chiesa a misurarsi con le intuizioni del Concilio Vaticano II, un evento – precisava Paolo VI – «che prolunga i suoi effetti ben oltre il periodo della sua effettiva celebrazione. Deve durare, deve farsi sentire, deve influire sulla vita della Chiesa».

In occasione del 50° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965-2015), le edizioni OCD hanno pubblicato il volume Il concilio Vaticano II in Italia cinquant’anni dopo, curato da P. Aldino Cazzago (Roma 2015, pp. 124). Si tratta di una breve raccolta di saggi (la santità, il laicato, il catecumenato, i movimenti e l’arte sacra), scritti con l’intento di aiutare a comprendere in che modo alcuni degli insegnamenti del Concilio sono stati recepiti e poi tradotti nella vita della Chiesa ita­liana. «Oggi – dichiara P. Aldino Cazzago, introducendo il volume – la nostra conoscenza del Concilio, della genesi dei suoi documenti e dei suoi principali protagonisti ha fatto enormi passi in avanti. Grazie poi alla recente pubblicazione di numerosi diari, memorie e materiale d’archivio dei protagonisti dei lavori conciliari, abbiamo miglior consapevolezza del clima e delle fatiche, delle gioie e delle delusioni che, seppur nascosti, stanno dietro l’elaborazione di ogni documento».

Vatican Insider ha chiesto a Padre Aldino Cazzago – già direttore della rivista teologica Communio e Provinciale dei Carmelitani Scalzi veneti – di rispondere ad alcune domande.

8 dicembre 1965 – 8 dicembre 2015. Perché è importante la ricorrenza del 50° anniversario della fine del concilio Vaticano II?

«L’importanza non sta nella cifra: 50 o 100, ma nella cosa, nella realtà che si ricorda. Non stiamo parlando del Sinodo di una Chiesa locale e nemmeno del Sinodo dei Vescovi come quello appena terminato. Parliamo di ciò che già nel 1965 il giovane vescovo di Cracovia, poi diventato papa Giovanni Paolo II, definì come un “avvenimento epocale” o il Cardinale Giovanni Colombo, successore di Paolo VI a Milano, nel 1966 descrisse come “una svolta epocale nella storia della Chiesa”. Se non bastano questi riferimenti possiamo rifarci alle parole di papa Francesco nella recente bolla di indizione dell’anno della misericordia quando scrive che “la Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo” l’evento del Concilio. Non dimentichiamo che in un concilio è coinvolta la Chiesa intera e non solo la Chiesa di questa o quella nazione».

Lei è un religioso appartenente all’Ordine dei carmelitani scalzi. Se non sbaglio anche il Superiore Generale del suo Ordine P. Anastasio Ballestrero partecipò al concilio. Qual era il suo giudizio su di esso?

«P. Anastasio Ballestrero, che fu anche vescovo di Bari e di Torino e presidente della CEI dal 1979 al 1985, ebbe sempre un giudizio assolutamente positivo sul concilio. Negli ultimi anni della sua vita ripeteva spesso che è necessario “continuare a meditare i testi” del concilio e “renderli ispiratori del nostro operare”. Paragonava il concilio ad una “primavera” che ha avuto anche “forti acquazzoni” ma dei quali non bisogna avere paura».

Cosa pensa di coloro che vorrebbero un nuovo concilio, un Vaticano III?

«Anzitutto che la battuta non è assolutamente nuova. A metà degli anni Settanta, il Cardinale Pellegrino che fu arcivescovo di Torino, conversando con il Professor Giuseppe Lazzati disse che nella Chiesa qualcuno era ancora fermo al Vaticano I e che altri erano già passati al Vaticano III. A mio avviso il concilio va grandemente apprezzato, prima che per le riforme a cui ha dato avvio, per il modo di pensare a cui ha dato forma. Paolo VI, ad una settimana dalla fine dei lavori conciliari, disse che “il rinnovamento conciliare non si misura tanto dai cambiamenti di usi e norme esteriori, quanto dal cambiamento di certe abitudini mentali”. Penso poi che sarebbe necessario verificare bene ciò che del Vaticano II è stato attuato e ciò che resta ancora da attuare. Questa richiesta era stata formulata anche a conclusione del Grande giubileo dell’anno 2000 da Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Novo millennio ineunte. Nella stessa lettera il papa paragona il concilio ad una “bussola” che la Chiesa deve usare per orientarsi “nel cammino del secolo che si apre”. Le parole di San Giovanni Paolo II sono ancor più significative se applicate ad esempio alle chiese dell’Europa dell’Est uscite solo dopo il 1989 dal lungo inverno della mancanza di libertà e in particolare di quella religiosa”.

Mi sembra che i saggi del volume da lei curato siano come raggi che convergono verso un centro ecclesiologico. Perché questa scelta e perché così mirata “in Italia”?

«La sua impressione è esatta. In fondo il tema della Chiesa è stato “il” tema del concilio. Dire Chiesa significa dire popolo di Dio, significa dire identità e vocazione alla santità di questo popolo e in particolare della sua componente laicale. Non temo di esagerare se affermo che il capitolo della Lumen gentium che parla della vocazione universale alla santità fu percepito da molti vescovi come un autentico punto di novità e forza. Ancora, significa ricostruire il percorso attraverso cui diventando cristiani si appartiene a questo popolo di Dio. Frutto del concilio è anche la stagione dei movimenti ecclesiali. Oggi papa Francesco chiama tutti questi movimenti a collaborare all’unica e grande missione della Chiesa: quella di “rendere presente Cristo in mezzo agli uomini” come diceva Henri de Lubac. I saggi presenti nel volume vogliono verificare come, in che misura, con quali fatiche queste tematiche hanno plasmato la mentalità della Chiesa in Italia. La lettura del volume non sarà avara di qualche sorpresa».

Scritto per Vatican Insider

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