Il messaggio del Papa è chiaro: “La Chiesa è la casa dell’ospitalità”

papa_missa_paraL’ultima Messa di questa giornata – al termine della visita apostolica in America Latina – Papa Francesco la presiede nel campo grande di Ñu Guazú, una area molto vasta capace di ospitare 1.500.000 persone. Nel medesimo luogo (ricordata da una grande Croce), un altro pontefice, San Giovanni Paolo II, canonizzò San Roque González de Santa Cruz e compagni durante il viaggio apostolico del 1988. All’arrivo del Pontefice l’entusiasmo sale alle stelle e Papa Francesco – prima di raggiungere il palco, preparato per la celebrazione della Messa – non si sottrae al bagno di folla e alla gioia dei presenti che, per vedere e celebrare con il Papa l’Eucaristia, hanno trascorso una notte intera all’aperto. L’altare – realizzato dall’artista Roque Ruiz – è una vera opera d’arte popolare moderna, tutto realizzato con i frutti (soprattutto il mais) prodotti in Paraguay.

Papa Francesco – nel corso della sua omelia – invita alla comunione che porta sempre frutto e dà vita, una fiducia questa che «scaturisce dalla fede, sapere che possiamo contare sulla sua grazia, che sempre trasformerà e irrigherà la nostra terra. Una fiducia che si impara, che si educa. Una fiducia che si va formando nel seno di una comunità, nella vita di una famiglia. Una fiducia che diventa testimonianza nei volti di tanti che ci stimolano a seguire Gesù, ad essere discepoli di Colui che non delude mai».

I discepoli imparano a vivere nella fiducia dell’amicizia. Gesù è il garante di questa amicizia e invita i suoi discepoli a seguirlo e a condividere il suo destino. Questa particolare esperienza di discepolato raccontata nei Vangeli – afferma il Papa – «ci presenta la carta d’identità del cristiano. La sua lettera di presentazione, le sue credenziali. Gesù chiama i suoi discepoli e li invia dando loro regole chiare e precise. Li sfida con una serie di atteggiamenti, comportamenti che devono avere». A scanso di equivoci (oggi assai ricorrenti), Papa Francesco chiarisce l’importanza di porsi alla sequela di Cristo accogliendo le “Sue” regole. «Non sono poche – dice – le volte che ci possono sembrare esagerati o assurdi; atteggiamenti che sarebbe più facile leggere simbolicamente o “spiritualmente”. Ma Gesù è molto preciso, è molto chiaro. Non dice loro: “Fate in qualche modo” o “fate quello che potete”».

Una parola centrale nella spiritualità cristiana, nell’esperienza di discepolato che non deve passare inosservata – afferma Papa Bergoglio – è ‘espressione “ospitalità”. «Gesù, come buon maestro, pedagogo, li invia a vivere l’ospitalità. Dice loro: “Rimanete dove vi accoglieranno”. Li manda ad imparare una delle caratteristiche fondamentali della comunità credente. Potremmo dire che il cristiano è colui che ha imparato ad ospitare, ad accogliere». Il compito del cristiano, secondo la riflessione dettata dal Pontefice, è quello di trasformare il cuore, «è passare dalla logica dell’egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell’amore. Dalla logica del dominio, dell’oppressione, della manipolazione, alla logica dell’accogliere, del ricevere, del prendersi cura».

A volte – ricorda il Papa latinoamericano – immaginiamo e programmiamo la missione secondo i nostri personali punti di vista, «quante volte immaginiamo l’evangelizzazione intorno a migliaia di strategie, tattiche, manovre, trucchi, cercando di convertire le persone con le nostre argomentazioni. Oggi il Signore ce lo dice molto chiaramente: nella logica del Vangelo non si convince con le argomentazioni, le strategie, le tattiche, ma imparando ad ospitare». Questo porta la Chiesa ad esprimersi maternamente verso coloro che hanno bisogno di maggior cura e si trovano in difficoltà; «la Chiesa è la casa dell’ospitalità. Quanto bene possiamo fare se ci incoraggiamo ad imparare il linguaggio dell’ospitalità, dell’accoglienza! Quante ferite, quanta disperazione si può curare in una dimora dove uno possa sentirsi accolto. […] Ospitalità con chi non la pensa come noi, con chi non ha fede o l’ha perduta. Ospitalità con il perseguitato, con il disoccupato. Ospitalità con le culture diverse, di cui questa terra è così ricca. Ospitalità con il peccatore».

C’è un male che precede i nostri peccati, ed è la radice di tanti malanni; esso – ricorda il Papa – «a poco a poco, si fa un nido nel nostro cuore e “mangia” la nostra vitalità: la solitudine. Solitudine che può avere molte cause, molti motivi. Quanto distrugge la vita e quanto ci fa male! Ci separa dagli altri, da Dio, dalla comunità. Ci rinchiude in noi stessi. Perciò, quello che è proprio della Chiesa, di questa madre, non è principalmente gestire cose, progetti, ma imparare a vivere la fraternità con gli altri»; e ancora: «Dio non chiude mai gli orizzonti, Dio non è mai passivo di fronte alla vita e alla sofferenza dei suoi figli. Dio non si lascia mai vincere in generosità. Per questo ci manda il suo Figlio, lo dona, lo consegna, lo condivide; affinché impariamo il cammino della fraternità, del dono. È definitivamente un nuovo orizzonte, è definitivamente una nuova Parola per tante situazioni di esclusione, di disgregazione, di chiusura, di isolamento. È una Parola che rompe il silenzio della solitudine».

Non possiamo obbligare nessuno a riceverci o ad ospitarci – dice, al termine della sua omelia, Papa Francesco –, nel rispetto della libertà di tutti, «ma è altrettanto certo che nessuno può obbligarci a non essere accoglienti, ospitali verso la vita del nostro popolo. Nessuno può chiederci di non accogliere e abbracciare la vita dei nostri fratelli, soprattutto di quelli che hanno perso la speranza e il gusto di vivere». Bisogna «accogliere come la terra che non domina il seme, ma lo riceve, lo nutre e lo fa germogliare. Così – conclude il Papa – vogliamo essere noi cristiani, così vogliamo vivere la fede in questo suolo paraguaiano».

Al termine della Celebrazione Eucaristica nel Campo grande di Ñu Guazú, dopo il saluto dell’Arcivescovo di Asunción, S.E. Mons. Edmundo Ponciano Valenzuela Mellid, S.D.B., il Santo Padre guida la recita dell’Angelus. Papa Francesco rivolge a Maria il suo pensiero, «Ella è il dono di Gesù al suo popolo. Ce l’ha data come madre nell’ora della croce e della sofferenza. È frutto dell’oblazione di Cristo per noi. E, da allora, è sempre stata e sempre sarà con i suoi figli, specialmente i più piccoli e bisognosi. Lei è entrata nella trama della storia dei nostri popoli e delle loro genti».
Rivolgendosi, poi, in modo particolare ai fedeli paraguaiani e alla loro grande devozione riservata alla Vergine Maria il Papa conclude: «Andate con fiducia dalla vostra madre, le aprite il vostro cuore, e le confidate le vostre gioie e i vostri dolori, le vostre speranze e le vostre sofferenze. La Vergine vi consola e con la tenerezza del suo amore accende in voi la speranza. Non cessate di invocare Maria e di confidare in lei, madre di misericordia per tutti i suoi figli senza distinzione».

Il Papa, conclusa la recita dell’Angelus, si trasferisce in Nunziatura per l’Incontro con i Vescovi del Paraguay, un pranzo privato e il congedo.

Scritto per Korazym.org

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