“Il papato e altre invenzioni”

COPERTINA_ARS_DICTAMINI_OKKÈ di questi giorni la pubblicazione di un libro molto interessante, “Il papato e altre invenzioni. Frammenti di cronaca dal medioevo a papa Francesco” Sismel – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2014.
Un testo di pregevole fattura realizzato dal prof. Agostino Paravicini Bagliani, uno degli studiosi più autorevoli della storia del papato. Già professore all’Università di Losanna e ora presidente della Società internazionale per lo studio del medioevo latino, Paravicini Bagliani – autore di numerose monografie, contributi e articoli – presenterà il suo libro oggi, martedì 21 aprile, alle 18, presso la sala conferenze della Fondazione Papa Giovanni XXIII (via Arena 26, Bergamo), introdotto dal direttore della Fondazione, don Ezio Bolis, e in dialogo con uno dei membri della Fondazione, Francesco Mores.
Korazym ha chiesto al prof. Paravicini Bagliani di rispondere ad alcune delle nostre domande:

”Il Papato e altre invenzioni”. Perché ha scelto questo titolo per il suo ultimo libro?

L’espressione invenzione normalmente si applica al mondo scientifico, invece esistono invenzioni che riguardano i congegni simbolici che hanno contribuito a costruire nel corso dei secoli l’istituzione del papato e la figura stessa del pontefice romano. Ogni istituzione ha bisogno di ricorrere ad una creatività in termini di autorappresentazione e di vita rituale e simbolica. Per la sua importanza storica e la sua lunghissima storia, il papato costituisce uno straordinario laboratorio da questo punto di vista, che non può non affascinare lo storico. Il libro parla di congegni retorici e culturali che risolvono oppure che sembrano risolvere l’affermazione istituzionale ed ecclesiologica del papato, nei suoi rapporti con la Chiesa universale, fino ai tempi recenti. Il papato è di fatto un sistema di simboli: una complessa invenzione retorica nel senso tecnico del termine, ma è anche lo speculum di un certo modo di intendere Dio e il suo rapporto con l’uomo.

Si può guardare al Medioevo come ad una risorsa ancora oggi importante per la vita dell’uomo?

Studiare il Medioevo non significa considerarlo una risorsa. Lo storico però studia il passato per conoscere il presente, questo sì. In questa prospettiva, studiare il Medioevo significa analizzare un periodo storico in cui affondano, per molti versi, le radici delle nostre società occidentali, ovviamente in senso positivo e negativo. Il senso dell’assoluto che è in ogni individuo, la concezione dell’Europa delle diversità linguistiche e culturali, la necessità di costruire una cultura e una scienza conoscendo altre civiltà, i concetti di vita civile ed anche democratica, e così via, sono elementi modernissimi ma che maturano nel Medioevo. Il Medioevo ha esperimentato però anche forme di repressione del tutto nuove nella storia occidentale, che ci riportano purtroppo anch’essi a momenti tragici della storia contemporanea.

Spesso il termine “medievale” viene usato, in senso negativo, per dire che una persona non è al passo con i tempi. In tal senso, quanto c’è di medievale, secondo lei, nella Chiesa moderna?

Il Medioevo è, almeno dal primo Ottocento (romanticismo) in poi, percepito dal pubblico in due modi: idilliaco (pensiamo ai festival medievali che organizzano ormai quasi tutte le città…) e negativo, di rifiuto, di rigetto. In questa seconda accezione, si parla di Medioevo oscuro e così via. E’ una concezione che nasce con Petrarca, che per primo esprime l’idea di un periodo storico intermedio, tra l’Antichità classica e il presente (anzi, per lui, il mondo che verrà). L’oscurità del Medioevo nasce quindi in contrapposizione alla luce dell’Antichità greco-romana. L’Umanesimo prima e la Riforma protestante confermano questa concezione. Nascerà allora il concetto di Dark Ages anche in senso religioso e non soltanto culturale. Di questa negatività, le nostre società continuano – pur nella contraddizione (vedi i festival medievali) – a servirsi del Medioevo come di uno specchio in cui si vede ciò che consideriamo non pertinente ai nostri valori, ma lo facciamo non sempre coscienti di riferirci ad un Medioevo che non esiste.

Utilizzando, invece, il termine al positivo, quali principi medievali contraddistinguono la Chiesa moderna?

La Chiesa moderna è per molti versi l’erede del Medioevo. Basti pensare al ruolo della curia romana, ma anche al rapporto tra Roma e i vescovi che vengono nominati dal papa dal Duecento in poi, e così via. Sul piano dei principi, due aspetti medievali fondamentali contraddistingono la Chiesa moderna: i concetti di universalità (che non nasce con il Medioevo ma che dalla Riforma gregoriana in poi si afferma direi in modo completo) e di collegialità: soltanto il Medioevo, anche per motivi legati alla crisi del Grande Scisma di Occidente (1378-1417), la cristianità ha vissuto lunghi momenti in cui la collegialità è stata oggetto di ampia riflessione e anche di una certa attuazione. Il concilio di Costanza (1414-1418) di cui si celebra in questi anni il seicentesimo anniversario, è stato uno di questi momenti.

In quale pontefice del passato è possibile riconoscere la vivacità e la lungimiranza dei tempi moderni?

Dare una risposta è difficile, perché i contesti sono così diversi. Forse si potrebbe citare Gregorio Magno, perché è il papa che più di ogni altro (anche per contingenze storiche) ha accentuato molto il suo ruolo di vescovo di Roma oltre che di papa; ha contribuito in modo eccezionale a definire il quadro concettuale e pastorale del cristianesimo; ed è stato anche un papa la cui azione politica e missionaria è stata contraddistinta da una straordinaria lungimiranza geo-politica, che rende manifesta l’invio del monaco Agostino per convertire Angli e Sassoni in Inghilterra e la sua riflessione sul concetto di Europa. Egli fu infatti il primo papa a esprimersi sull’Europa in termini geo-politici.

Papa Celestino V e Benedetto XVI, in due epoche differenti rinunciano al ministero petrino; da studioso medievalista, quale il suo giudizio?

Celestino V e Benedetto XVI hanno, per quanto riguarda la loro rinuncia al pontificato, due elementi in comune: essi sono gli unici papi di cui si possa veramente dire di avere rinunciato al papato in piena libertà, e questo è un elemento molto importante per Celestino V per ovvi motivi cronologici; essi hanno inoltre usato parole quasi coincidenti per motivare la loro decisione, motivandola con il fatto di non sentirsi più in grado di continuare a svolgere la loro altissima funzione.

C’è un capitolo del suo ultimo libro, o un argomento, a cui è personalmente e particolarmente legato?

Più che a un capitolo in particolare ciò che mi ha sempre affascinato da storico è tentare di capire come l’istituzione del papato – l’unica ancora esistente che possa vantare su una storia così lunga – sia riuscita (parlo qui da storico) a re-inventarsi continuamente (ecco il vero senso della parola invenzione che figura nel titolo) in termini istituzionali; come sia riuscita a creare strumenti simbolici, rituali e di autorappresentazione capaci di costruire e perpetuare la figura del pontefice romano; ma soprattutto come in questa lunghissima storia istituzionale ed ecclesiologica convivano elementi di assoluta continuità con continui momenti di rottura e di evoluzione.

Scritto per Korazym.org

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