Un nuovo abbraccio ecumenico per l’unità della Chiesa

ecumeneCinquant’anni fa Papa Paolo VI incontrava a Gerusalemme il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Atenagora I. La singolarità di quell’avvenimento era dovuta al fatto che l’incontro fra un Papa e un Patriarca ecumenico avveniva dopo secoli e faticosi tentativi di dialogo, appesantiti, peraltro, dal carico storico degli eventi che portarono la Chiesa d’Oriente (Ortodossa) e d’Occidente (Cattolica) alla drammatica scissione del 1054. Poi il provvidenziale incontro del 5 gennaio 1964 e l’«abbraccio» tra Paolo VI e Atenagora I presso il Santo Sepolcro a Gerusalemme, e nel 1965 la Dichiarazione comune cattolico-ortodossa che poneva fine alle aspre contese.

“I gesti, le parole, – ricorda mons. Pasquale Macchi, segretario personale di Paolo VI – il Padre Nostro recitato nelle due lingue – latina e greca –, l’affetto e la stima che trasparivano così sinceri, tutto dava a vedere che qualcosa di grande e di unico stava avvenendo. Il Patriarca, dopo aver ringraziato Dio per questa felice occasione carica di speranze, ricordò con animo addolorato che «da secoli il mondo cristiano vive nella notte della separazione, e i suoi occhi sono stanchi di guardare nel buio». Nello scambio dei doni Paolo VI (…) ricordò che «le vie che conducono all’unione sono lunghe e disseminate di difficoltà, ma le due strade convergono l’una verso l’altra e approdano alle sorgenti del Vangelo»”. Dopo tanti secoli di silenzio, – sottolineava il comunicato congiunto – “essi si sono ora incontrati nel desiderio di realizzare la volontà del Signore e di proclamare l’antica verità del suo Evangelo affidato alla Chiesa”.

Quando Papa Francesco, durante l’Angelus del 5 gennaio 2014, annunciò di voler compiere un pellegrinaggio in Terrasanta, dichiarò subito lo scopo principale di quella visita: “commemorare – disse – lo storico incontro tra il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora, che avvenne esattamente il 5 gennaio, come oggi, di 50 anni fa. (…) Presso il Santo Sepolcro celebreremo un Incontro Ecumenico con tutti i rappresentanti delle Chiese cristiane di Gerusalemme, insieme al Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli”. Anche questo importante appuntamento è arrivato. Papa Francesco, al suo secondo giorno di pellegrinaggio nella Terra di Gesù, da Betlemme raggiunge con un elicottero prima Tel Aviv e poi Gerusalemme, crocevia delle tre grandi religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islamismo), e si reca presso Monte Scopus dove avrà luogo l’Incontro privato con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, nella Delegazione Apostolica a Gerusalemme, e dove verrà firmata una dichiarazione congiunta.

In questi anni, dopo lo storico incontro del 1964, – si legge nel testo della dichiarazione congiunta – “Dio, fonte di ogni pace e amore, ci ha insegnato a considerarci gli uni gli altri come membri della stessa famiglia cristiana, sotto un solo Signore e Salvatore, Cristo Gesù, e ad amarci gli uni gli altri, di modo che possiamo professare la nostra fede nello stesso Vangelo di Cristo (…). Pienamente consapevoli di non avere raggiunto l’obiettivo della piena comunione, oggi ribadiamo il nostro impegno a continuare a camminare insieme verso l’unità per la quale Cristo Signore ha pregato il Padre, «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21)”. Con impazienza guardiamo – recita il testo – al giorno in cui potremo finalmente partecipare insieme al banchetto eucaristico.
Nel testo vengono riconosciuti tutti gli sforzi che hanno contribuito al dialogo e al confronto teologico per il raggiungimento dell’unità, non come il raggiungimento di un compromesso, un minimo comune denominatore utile per il dialogo, ma piuttosto come un approfondire le verità che Cristo ha consegnato alla sua Chiesa.
Tra gli altri temi trattati nel documento congiunto si sottolinea il valore e la difesa della dignità della persona umana in ogni fase della vita, l’importanza del matrimonio e della famiglia, la promozione della pace e il bene comune; e in risposta alle sofferenze che continuano ad affliggere il nostro mondo, il riconoscimento che la fame, la povertà, l’analfabetismo, la non equa distribuzione delle risorse devono costantemente essere affrontate. Viene, infine, ricordato a tutti i cristiani l’invito a promuovere un autentico dialogo con l’ebraismo, l’islam e le altre tradizioni religiose. L’indifferenza e la reciproca ignoranza può portare solo alla diffidenza e purtroppo anche al conflitto. “Da questa Città Santa di Gerusalemme, vogliamo esprimere la nostra comune profonda preoccupazione per la situazione dei cristiani in Medio Oriente e per il loro diritto a rimanere cittadini a pieno titolo delle loro patrie”, preghiamo soprattutto per le Chiese in Egitto, Siria e Iraq, che hanno sofferto più gravemente a causa di eventi recenti. Incoraggiamo tutte le parti a prescindere dalle loro convinzioni religiose di continuare a lavorare per la riconciliazione e per il giusto riconoscimento dei diritti dei popoli. Siamo convinti che non si tratta di armi, ma il dialogo, il perdono e la riconciliazione, che sono l’unico mezzo possibile per raggiungere la pace”.

In questo contesto si celebra anche l’Incontro Ecumenico in occasione del 50° anniversario dell’incontro a Gerusalemme tra Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Oggi all’ingresso della Chiesa del Santo Sepolcro, sulla tomba di Cristo, si sono incontrati il Romano Pontefice, Francesco, e il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I. Entrambi provengono (e non solo in senso metaforico) da due strade diverse, l’abbraccio è sincero e i volti dei due protagonisti appaiono gioiosi. Le campane del Santo Sepolcro iniziano a suonare, Francesco e Bartolomeo entrano insieme nella Basilica e si inginocchiano davanti la pietra dell’unzione. Poi inizia il momento celebrativo, e al termine dei saluti delle autorità religiose locali prende la parola il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli.

“Amato fratello in Cristo” – afferma Bartolomeo I nel corso del suo discorso – “la storia non può essere programmata (…) l’ultima parola nella storia non appartiene all’uomo, ma a Dio”, e l’ingresso della tomba di Cristo non poteva rimanere chiusa. “Qualsiasi sforzo dell’umanità contemporanea di modellare il suo futuro autonomamente e senza Dio è una vana presunzione”. La tomba di Cristo – prosegue il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli – ci invita a respingere “la paura dell’altro, del diverso, la paura di chi aderisce ad un’altra fede, un’altra religione o un’altra confessione. In molte delle nostre società contemporanee rimangono tuttora diffuse le discriminazioni razziali e altre forme di discriminazione. (…) Il fanatismo religioso minaccia ormai la pace in molte regioni del globo, dove lo stesso dono della vita viene sacrificato sull’altare dell’odio religioso”.
Poi il ricordo dello “storico abbraccio” del 1964: Paolo VI e Atenagora “scacciarono via da sé il timore che aveva prevalso per un millennio, una paura che mantenne le due antiche Chiese, quella occidentale e quella orientale, a distanza l’una dall’altra, qualche volta addirittura costituendosi gli uni contro gli altri”. Oggi – afferma Bartolomeo I – come loro successori vogliamo onorare la loro eroica iniziativa; “Ci siamo scambiati un abbraccio d’amore, per continuare il cammino verso la piena comunione nell’amore e nella verità (…). La strada può essere lunga e faticosa; davvero a qualcuno può alle volte apparire un impasse. Comunque è l’unica via che porta all’adempimento della volontà del Signore che «tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21)”.

Anche Papa Francesco, nel suo discorso, ricordando l’evento di cinquant’anni fa, sottolinea il coraggio e la docilità allo Spirito Santo del Vescovo di Roma e del Patriarca di Costantinopoli. “Sostiamo in devoto raccoglimento accanto al sepolcro vuoto, per riscoprire la grandezza della nostra vocazione cristiana: siamo uomini e donne di risurrezione, non di morte. (…) Non lasciamoci rubare il fondamento della nostra speranza! Non priviamo il mondo del lieto annuncio della Risurrezione! E non siamo sordi al potente appello all’unità che risuona proprio da questo luogo, nelle parole di Colui che, da Risorto, chiama tutti noi “i miei fratelli” (cfr Mt 28,10; Gv 20,17)”.
Non si possono certamente negare le divisioni che ancora sono presenti tra Oriente e Occidente, “questo sacro luogo – afferma Papa Francesco – ce ne fa avvertire con maggiore sofferenza il dramma. Eppure, a cinquant’anni dall’abbraccio di quei due venerabili Padri, riconosciamo con gratitudine e rinnovato stupore come sia stato possibile, per impulso dello Spirito Santo, compiere passi davvero importanti verso l’unità”.
C’è tanta strada ancora da percorrere per arrivare all’unità e per esprimere la pienezza della comunione con la celebrazione della stessa Mensa eucaristica, “che ardentemente desideriamo”, sottolinea il Papa, e soprattutto “le divergenze non devono spaventarci e paralizzare il nostro cammino. Dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra noi. Sarà una grazia di risurrezione, che possiamo già oggi pregustare”. Se si è capaci di chiedere reciprocamente perdono per gli errori commessi nei confronti di altri cristiani facciamo esperienza della Resurrezione. “Ogni volta che, – prosegue Francesco – superati antichi pregiudizi, abbiamo il coraggio di promuovere nuovi rapporti fraterni, noi confessiamo che Cristo è davvero Risorto! Ogni volta che pensiamo il futuro della Chiesa a partire dalla sua vocazione all’unità, brilla la luce del mattino di Pasqua!”.
Anche in questa occasione Papa Francesco ricorda la particolare situazione del Medio Oriente, spesso segnata da violenze e conflitti, e tutte quelle persone che in ogni angolo del mondo soffrono per la guerra, la povertà, la fame e le persecuzioni. “Quando cristiani di diverse confessioni – precisa il Papa – si trovano a soffrire insieme, gli uni accanto agli altri, e a prestarsi gli uni gli altri aiuto con carità fraterna, si realizza un ecumenismo della sofferenza, si realizza l’ecumenismo del sangue, che possiede una particolare efficacia non solo per i contesti in cui esso ha luogo, ma, in virtù della comunione dei santi, anche per tutta la Chiesa”.
Papa Francesco, infine, rivolgendosi al Patriarca Ecumenico, conclude: “amato Fratello, carissimi fratelli tutti, mettiamo da parte le esitazioni che abbiamo ereditato dal passato e apriamo il nostro cuore all’azione dello Spirito Santo, lo Spirito dell’Amore (cfr Rm 5,5) e della Verità (cfr Gv 16,13), per camminare insieme spediti verso il giorno benedetto della nostra ritrovata piena comunione”.

Al termine del suo discorso, Papa Francesco aggiunge a braccio: “Quando la disunione ci fa pessimisti, andiamo tutti sotto il manto della Santa Madre di Dio; solo lì, sotto quel manto, troveremo pace e ci aiuti Maria nel nostro cammino”. Poi viene recitato il Padre Nostro e insieme, Papa Francesco e Bartolomeo I entrano nella tomba di Gesù per un momento di preghiera. Termina così questo secondo storico incontro tra Oriente e Occidente cristiano nel luogo dove Gesù ha dato tutto per la nostra salvezza, con la Sua morte e resurrezione.

Bartolomeo e Francesco si sono poi recati insieme a pregare insieme dentro l’edicola del Santo Sepolcro. Inginocchiati insieme davanti al banco di marmo che ricopre la pietra del sepolcro vuoto.

Il Papa e i patriarchi si sono poi recati a pregare insieme all’altare del Calvario e hanno acceso delle candele che hanno lasciato davanti l’altare. Un grande giorno per la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa ha detto il Patriarca sottovoce al Papa. Poi lo ha accompagnato nei diversi luoghi e memoriali della Basilica del santo Sepolcro.

Scritto per Korazym.org

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