La difficile condizione dei cattolici in Vietnam

vietnam“Non abbiamo potuto partecipare alla messa neppure la domenica, né leggere la Bibbia. Avevamo grande desiderio di ricevere i sacramenti e sostegno spirituale da un sacerdote, ma non ci è stato permesso dai capi della prigione”. E’ con queste parole che Paul Trần Minh Nhật – rivolgendo una missiva a mons. Nguyen Van Nhon, Arcivescovo di Hanoi – ha descritto in questi giorni la drammatica condizione vissuta nelle carceri vietnamite insieme a Maria Tạ Phong Tần. Si tratta di due attivisti cattolici, condannati per aver complottato contro il governo in seguito ad alcune proteste, pacificamente espresse attraverso il web.

“E’ la condizione – riferisce AsiaNews – dei 61 (nel 2013) prigionieri «di coscienza» in Vietnam… Le guardie carcerarie di Hanoi e della provincia di Thanh Hoa, violando i diritti umani e la libertà religiosa, non permettono infatti all’avvocato Lê Quốc Quân, ai blogger Maria Tạ Phong Tần e Paul Trần Minh Nhật di ricevere una Bibbia dai loro parenti”. Alcuni prigionieri vorrebbero avere almeno una Bibbia per trovare conforto nella Parola di Dio, ma questo non è concesso, e chi prova a protestare o a fare lo sciopero della fame rischia inevitabili e dure ritorsioni. “Attualmente – prosegue il racconto di AsiaNews – ai prigionieri di coscienza non è data assistenza sanitaria, né spirituale, non hanno cibo buono e i loro diritti umani non sono rispettati. Molti di loro sono malati e in alcuni casi anche gravemente”.

Non sembra sia cambiato molto rispetto al 1975, quando ad abitare le carceri vietnamite c’era l’arcivescovo di Saigon, François-Xavier Van Thuán, che trascorse in prigione 13 anni della sua vita, di cui nove in isolamento, fino al 1988. Già allora il vescovo vietnamita ricordava così il tempo della sua prigionia per motivi di fede: «Nella prigione di Phu-Kahnh i cattolici dividevano il Nuovo Testamento, che avevano portato di nascosto, in piccoli foglietti, se li distribuivano e li imparavano a memoria. Siccome il pavimento era di terra o di sabbia, quando sentivano i passi dei poliziotti, nascondevano la parola di Dio sotto il suolo. La sera, al buio, ognuno recitava a turno la parola che aveva imparato. Era impressionante e commovente sentire nel silenzio e nell’oscurità la Parola di Dio, la presenza di Gesù, il “Vangelo vivo”, recitato con tutta la forza d’animo, sentire la preghiera sacerdotale, la passione di Cristo. I non cristiani ascoltavano con rispetto e ammirazione ciò che chiamavano: “Verba sacra” (“Parole sacre”)».

Negli ultimi due anni le autorità di Hanoi hanno arrestato numerosi attivisti della rete internet, accusati di violazione della sicurezza nazionale, per aver manifestato un pacifico dissenso contro le politiche del governo vietnamita. La condizione carceraria in cui si trovano adesso è di assoluta rigidità, e tutto ciò che può recare loro conforto – anche le pagine della Bibbia – viene loro negata. I tempi in cui viviamo non permettono – come accaduto nella Chiesa primitiva – di potersi dire cristiani. I seguaci del Nazareno difficilmente hanno diritto di cittadinanza là dove il tessuto sociale di alcuni popoli è relegato in strutture governative rigide e prive di libertà; anche se rappresentano una “minoranza” religiosa, i cristiani (il cui stile di vita – come si ricorda negli Atti degli Apostoli – è contraddistinto dalla letizia) vengono messi quotidianamente alla prova, perché il “timore” (e questa è la principale preoccupazione di qualsiasi regime) che possano testimoniare la dignità e la libertà di ogni essere umano è un pericoloso aspetto che va preventivamente fermato.

Scritto per Korazym.org

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