I laici tornino a seguire il “Maestro”

“Se non frequenteremo di più la strada, noi sacerdoti e religiosi e voi fedeli laici e amministratori della cosa pubblica, – ha dichiarato in questi giorni, durante un’omelia, il vescovo di Cassano allo Ionio e segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino – rischieremo solo di contare morti, far funerali e stilare statistiche di bambini, ragazzi e giovani che vivono nel disagio. Se non frequenteremo la strada difficilmente incontreremo la pecora smarrita e non sentiremo il bisogno di spenderci per fasciare la pecora ferita e curare quella malata”.

Analoga esortazione è stata espressa dall’arcivescovo di Manila, card Luis Antonio Tagle in occasione dell’assemblea diocesana svoltasi recentemente nella capitale filippina. I laici – ha detto Tagle – possono trasformare il mondo “dall’interno”, impegnandosi nelle vicende materiali, anche in situazione di “frode e corruzione” per diventare esempio di onestà; i laici devono fare il loro ingresso “nelle istituzioni del mondo, dove è forte la tentazione, perché possano trasformarle secondo la presenza di Gesù” (AsiaNews). L’arcivescovo filippino ricorda, inoltre, che “l’apostolato laico è partecipazione attiva alla missione di salvezza della Chiesa. Bisogna accantonare l’idea che i laici “siano meno importanti perché non consacrati”, perché – conclude il porporato – ciascun battezzato è tutt’uno con Cristo […] e incardinato nella vita della Chiesa”.

Il richiamo all’impegno del laico nel mondo è una intuizione nata durante i lavori del Concilio Vaticano II che intendeva consegnare Cristo, e la “responsabilità di Cristo”, a tutti i componenti della Chiesa. Tale apertura, nel tempo, venne precisata e rilanciata da tutti i pontefici del post-concilio. Nella Christifideles laici, Giovanni Paolo II ricordava che il ruolo particolare che compete ai fedeli laici, “in ragione della loro «indole secolare», che li impegna, con modalità proprie e insostituibili, nell’animazione cristiana dell’ordine temporale” (n. 36); così Benedetto XVI, quando esortava i laici ad offrire “una testimonianza trasparente della rilevanza della questione di Dio in ogni campo del pensare e dell’agire. Nella famiglia, nel lavoro, come nella politica e nell’economia, l’uomo contemporaneo ha bisogno di vedere con i propri occhi e di toccare con mano come con Dio o senza Dio tutto cambia”; e, recentemente, Papa Francesco, che in occasione della Gmg scorsa ricordava ai più giovani: “Non rimanete al balcone, non mettetevi in fondo alla storia, siatene i protagonisti, andate avanti sempre”.

Certamente i tempi in cui il laico si occupava esclusivamente dell’arredo liturgico nelle diverse parrocchie del mondo è assai lontano, e l’invito del Concilio a vivere e a testimoniare in prima persona il mistero della fede cristiana ha prodotto notevoli risultati. La vitalità e le iniziative di tanti gruppi ecclesiali e movimenti ha, infatti, reso possibile l’opportunità di una testimonianza cristiana vissuta nei diversi ambiti della vita sociale (famiglia, lavoro, carità…). Quando però, in alcune realtà, è venuto meno il legame vocazionale con il magistero e la dottrina della fede la ministerialità del laico è diventata “altro” rispetto ai presupposti e alle attese del Concilio. Il discepolo, così, ha voluto superare il “Maestro”, ponendosi un passo in avanti rispetto a quella sequela che ci era stata affidata, e con l’ingenua – e talvolta saccente – pretesa di saper rispondere alle sfide del mondo, attraverso compromessi e strappi alle regole, ci si è ritrovati a fare una esperienza di fede cristiana “geneticamente modificata”!

Questo vuol dire, in conclusione, che se la Chiesa invita il laico ad una maggiore presenza nel mondo, questa non può essere vissuta con approssimazione e semplice buona volontà. E’ assolutamente necessaria una formazione dottrinale adeguata per “ritornare indietro” a seguire Cristo. “Per fede – affermava Benedetto XVI nel documento che dava inizio all’Anno della Fede – gli Apostoli lasciarono ogni cosa per seguire il Maestro (cfr Mc 10,28). Credettero alle parole con le quali annunciava il Regno di Dio presente e realizzato nella sua persona (cfr Lc 11,20). Vissero in comunione di vita con Gesù che li istruiva con il suo insegnamento, lasciando loro una nuova regola di vita con la quale sarebbero stati riconosciuti come suoi discepoli dopo la sua morte (cfr Gv 13,34-35)”.

Scritto per Vatican Insider

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