Oggi non si carezza più

maniCaro S. Giuseppe, scusami se approfitto della tua ospitalità… per scambiare quattro chiacchiere con te”. Inizia così una delle tre lettere che il vescovo di Molfetta, don Tonino Bello, scrisse rispettivamente a Giuseppe, a Maria e a Gesù. Tre brevi manoscritti carichi di poesia e saggezza cristiana. Proseguendo la lettura della prima lettera, quella indirizzata a San Giuseppe, mons. Bello rilevava con amarezza: “Oggi purtroppo da noi, non si carezza più”. La lettera è stata scritta nel dicembre del 1987 e a distanza di ben 25 anni non sembra sia cambiato molto rispetto al passato!

Le nostre attività appaiono macchinose e frenetiche, non c’è tempo per i gesti d’amore, pare che il mercato della modernità ne abbia sminuito addirittura il valore; non puoi conservarli in banca e non puoi investirli… e offrire una carezza a qualcuno, oggi, – tenuto conto che non costa nulla, ma soprattutto per i tempi che corrono – è una lodevole rarità. Ci viene in mente uno dei primi poveri incontrati a Calcutta da Madre Teresa: un uomo in fin di vita, accasciato a terra, immobile, davanti lo sguardo indifferente dei passanti, che morì “felice” (fu lui stesso a rivelarlo con un filo di voce) dopo aver ricevuto una carezza da quella donna sconosciuta! Quante volte mi sono sentita dire – affermava Madre Teresa: “Per tutta la vita ho vissuto come un animale, ora muoio come un essere umano…”.

Perché non c’è più tempo per una carezza?

Rileggiamo il dialogo tra don Tonino Bello e S. Giuseppe:
“Vedi Giuseppe, da quando sono entrato nella tua bottega, quante carezze non hai fatto su quel legno denudato dalla pialla! Tutte le volte che l’hai strisciato con il ferro, subito vi sei passato sopra con la mano, leggera come la luce che trema sull’acqua […]. E anche ora, mentre ti parlo, passi e ripassi con le dita sugli spigoli smussati dallo scalpello, e ne levighi le asprezze, col medesimo amore con cui la pecora madre asciuga con la lingua l’agnello appena nato. Poi cicatrizzi le ferite del legno, provocate dal trapano e dai chiodi, con gli stucchi, canforati come unguenti d’Arabia. Vi stendi sopra il balsamo delle vernici, che impregnano l’aria d’un acre profumo, e continui a blandire con la colla gli assi di faggio che ora luccicano come uno specchio. Quante carezze: con le palme delle mani, con i pennelli, con le spatole, con gli occhi. Sì, anche con gli occhi, perché, ora che hai finito una culla, sei tu che non ti stanchi di cullarla con lo sguardo. Oggi purtroppo da noi, non si carezza più. Si consuma solo. Anzi si concupisce. Le mani, incapaci di dono, sono divenute artigli. Le braccia, troppo lunghe per amplessi ablativi, si sono ridotte a rostri che uncinano senza pietà. Gli occhi, prosciugati di lacrime e inabili alla contemplazione, si sono fatti rapaci. Lo sguardo trasuda delirio. E il dogma dell’usa e getta è divenuto il cardine di un cinico sistema binario, che regola le aritmetiche del tornaconto e gestisce l’ufficio ragioneria dei nostri comportamenti quotidiani” (Antonino Bello, La carezza di Dio. Lettera a San Giuseppe, Ed. La Meridiana).

2 thoughts on “Oggi non si carezza più

  1. Conoscevo il testo della Lettera a Giuseppe di don Tonino Bello, un testo che mi aveva colpito fino dalla prima lettura.
    Carezza come segno di una tenerezza che, più di tutto forse, caratterizzano l’essere umano.
    Grazie per averlo pubblicato; condivido.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *