“La grazia sbarra la strada alla moltiplicazione della violenza”

cristiani_persIl testo, “Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza”, pubblicato dalla Commissione teologica internazionale sul fascicolo n. 3926 de La Civiltà Cattolica (18 gennaio 2014) è un documento di notevole importanza teologica e culturale. Si tratta di uno studio – avviato durante il pontificato di Papa Benedetto XVI – relativo ai contenuti principali del discorso cristiano su Dio messi a confronto con alcune teorie secondo le quali sussisterebbe un intrinseco rapporto fra il concetto di monoteismo e la violenza. Nel quinquennio 2009-2013 il lavoro della Commissione (formata da trenta teologi provenienti da tutto il mondo) ha messo a tema tutte quelle accuse (ideologiche e immotivate) mosse contro il monoteismo cristiano da alcuni esponenti della cultura occidentale che sostengono un necessario rapporto tra il monoteismo e le guerre di religione. Punto per punto, con scrupolosa e attenta analisi esegetico-teologica e culturale, l’equipe dei 30 teologi ha realizzato (in cinque capitoli e cento paragrafi) un documento che mette in chiaro – non in contrapposizione apologetica ma (come sottolinea il testo) “in chiave di argomentata testimonianza” – le obiezioni prima accennate.

Il testo, già nel primo capitolo, chiarisce il tema del “monoteismo” religioso a proposito di alcuni orientamenti dell’odierna filosofia politica; precisa che “la nozione di monoteismo, rimane ancora troppo generica quando è usata come cifra di equivalenza delle religioni storiche che confessano l’unicità di Dio (identificate come ebraismo, islam, cristianesimo)”; stabilisce una “riserva critica nei confronti di una semplificazione culturale che riduce l’alternativa alla scelta fra un monoteismo necessariamente violento e un politeismo presuntivamente tollerante”, pur ritenendo le guerre interreligiose, come anche la guerra alla religione, insensate. E’ a partire dalla verità di Gesù Cristo che i teologi della Commissione hanno illustrato – con un lavoro di analisi storico-teologica ben calibrato ed esaustivo – il rapporto fra rivelazione di Dio e umanesimo non violento, sottolineando e motivando la confessione cristiano-cattolica di Dio Uno e Trino.

Nel secondo capitolo del trattato, sono state prese in considerazione quelle pagine cosiddette “difficili” della Sacra Scrittura, “quelle cioè in cui la rivelazione di Dio si trova coinvolta nelle forme della violenza fra gli uomini”; e sulla base di tale ricognizione è stato presentato “un primo abbozzo d’inquadramento antropologico e cristologico degli sviluppi dell’interpretazione del tema, sollecitati dalla condizione storica attuale”. L’evento della morte e della risurrezione di Gesù, nella chiave della riconciliazione fra gli uomini è il tema fondante che viene sviluppato tra le pagine del terzo capitolo; una analisi, questa, che “consente di neutralizzare la giustificazione religiosa della violenza sulla base della verità cristologica e trinitaria di Dio”. Non mancano, nella trattazione del quarto capitolo, le illustrazioni a proposito delle approssimazioni e delle implicazioni filosofiche del pensiero di Dio, dove vengono toccati gli aspetti che aprono alla discussione con l’odierno ateismo, “largamente confluito nelle tesi di un radicale naturalismo antropologico”. Il quinto capitolo, infine, riassume “gli elementi della specificità cristiana che definiscono l’impegno della testimonianza ecclesiale per la riconciliazione degli uomini con Dio e fra di loro”, spiegando come la rivelazione cristiana purifichi la religione, “nel momento stesso in cui le restituisce il suo significato fondamentale per l’esperienza umana del senso”.

Risulterebbe eccessivamente sintetico e riduttivo presentare in questa sede tutti i punti salienti del documento, realizzato dalla Commissione teologica internazionale, senza quello sguardo d’insieme e la consequenzialità tematica che il testo sapientemente propone. Si tratta certamente di un testo che gli addetti ai lavori potranno apprezzare e gustare meglio attraverso un’attenta lettura e una graduale riflessione. Non di meno, vogliamo qui offrirvi alcuni passaggi del documento.

La rassegnazione al relativismo
“La rassegnazione al relativismo radicale come orizzonte ultimo e insuperabile della ricerca del vero, del giusto, del bene, non costituisce affatto una migliore assicurazione per la pacificazione e la cooperazione dell’umana convivenza. […] Quando la ricerca della vera giustizia e l’impegno per il bene comune cadono sotto il sospetto del conformismo e della costrizione, l’autentica passione per l’uguaglianza, la libertà e i buoni legami finisce per essere radicalmente scoraggiata. Non solo. Una tale perdita di fiducia e di motivazioni, indotta da un sentire relativistico totale, abbandona i rapporti umani ad una gestione anonima e burocratica della convivenza civile. Non a caso, una parte cospicua della critica sociale segnala oggi, insieme con la crescita di una immagine pluralistica della società, l’affermarsi di un disegno totalitario del pensiero unico”.

Dio come «seme della violenza» ferisce sicuramente milioni di autentici credenti
“Non possiamo però passare sotto silenzio il fatto che, in qualche parte intellettualmente rilevante della nostra cultura occidentale, l’aggressività con la quale viene riproposto questo «teorema» [la visione di un monoteismo arcaico e dispotico, ndr] si concentra essenzialmente nella denuncia radicale del cristianesimo, ossia proprio della religione che appare certamente protagonista, in questa fase storica, dell’istanza di un dialogo di pace, e per la pace, con le grandi tradizioni della religione e con le culture laiche dell’umanesimo. Il fatto di essere così disinvoltamente associati ad una rappresentazione della fede nell’unico Dio come «seme della violenza» ferisce sicuramente milioni di autentici credenti. Non solo cristiani. Nei discepoli del Signore induce certamente elementi di sconcerto e d’imbarazzo, a motivo del fatto che la coscienza cristiana odierna appare loro molto lontana dalla predicazione della violenza. Possiamo comprendere perciò lo stupore dei cristiani nel vedersi attribuire una vocazione religiosa alla violenza contro i fedeli di altre religioni o anche i propagandisti della critica alla religione: soprattutto se consideriamo che, in molte parti del mondo, i cristiani sono colpiti dall’intimidazione e dalla violenza, semplicemente per la loro appartenenza alla comunità cristiana. Nelle stesse società democratiche e laiche, il legame con l’appartenenza cristiana è spesso additato come una minaccia per la pace sociale e per il libero confronto culturale, anche quando le argomentazioni presentate a sostegno di opinioni che riguardano la sfera pubblica fanno appello alle risorse della razionalità comune”.

Il politeismo rispetto al monoteismo è realmente creativo e tollerante?
“L’applicazione metaforica del politeismo religioso alla democrazia civile, come antidoto alla violenza, in verità, sembra talora stravagante dal punto di vista storico, sociologico, e anche teorico. Quando parliamo della corruzione della religione, che la rende un seme della violenza, parliamo certamente di un fenomeno grave e assai serio. Questo fenomeno, però, non è affatto estraneo al politeismo delle antiche lotte fra gli dèi. Pensiamo anche, per rimanere nell’ambito della storia biblica, alla violenta persecuzione dell’imperialismo ellenico nei confronti della religione ebraica (cfr 1 Mac 1–14; 2 Mac 3–10). La religione politeistica dell’impero romano, a sua volta, con tutta la straordinaria modernità del suo concetto di cittadinanza, e della sua struttura multi-etnica e multi-religiosa, perseguitò con specifico accanimento il cristianesimo, colpevole di rifiutare l’incensazione dell’imperatore come figura divina. La risposta si espresse nella testimonianza non violenta e nell’accettazione del martirio cristiano”.

Il Cristianesimo cattolico, un ostacolo da abbattere!
“La puntigliosa identificazione del cristianesimo cattolico come l’ostacolo da abbattere, nella lotta contro il monoteismo che diffonde la violenza religiosa nel mondo, nonostante tutto, non cessa di stupire. Il cristianesimo è di gran lunga la religione che dovrebbe essere meglio conosciuta, nella cultura occidentale moderna. La cultura occidentale, pertanto, sembrerebbe essere l’ultima a dover essere sospettata di ignoranza nei confronti dei fattori fondamentali del cristianesimo. L’originale e inedita congiunzione dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo, ancorata metafisicamente, appunto, e non retoricamente, nel dogma dell’incarnazione del Figlio di Dio per il riscatto e la riconciliazione degli uomini, è sempre stata — e rimane — una pietra angolare della teologia cristiana. Difficile ignorare questa differenza in buona fede. Essa è rimasta la cifra identificativa del cristianesimo in ogni epoca: un dato che, se rende ancora più scandalose le pratiche difformi, deve anche far riflettere sulla sua miracolosa continuità”.

La nostra cultura è a rischio
“La nostra cultura è certamente nel grave rischio di una drastica separazione fra l’amore e la ragione, come anche fra l’amore e la giustizia. Questa duplice separazione si alimenta a una retorica molto seducente, che corre il pericolo di legittimare la sopraffazione dell’altro come la tendenza perfettamente naturale dell’affermazione di sé. E induce anche, d’altra parte, una grave confusione fra la non violenza dell’amore e l’abbandono dell’altro all’ingiustizia”.

La grazia sbarra la strada alla moltiplicazione della violenza
“Gesù disinnesca radicalmente il conflitto violento che egli stesso potrebbe incoraggiare, in difesa dell’autentica rivelazione di Dio. In tal modo egli conferma, una volta per tutte e per sempre, il senso autentico della sua testimonianza a riguardo della giustizia dell’amore di Dio. Questa giustizia non si compie mediante la legittimazione della violenza omicida in nome di Dio, bensì mediante l’amore crocifisso del Figlio in favore dell’uomo (cfr Rm 8,31-34)19. Nel gesto della consegna di sé al supremo sacrificio, che risparmia il sangue dei discepoli e degli oppositori, risplende la potenza radicale dell’amore di Dio. «Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo morire in quel modo, disse: Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39). Non c’è somiglianza fra la potenza del peccato e quella della grazia; non c’è affinità fra l’ossessione del potere, che perverte anche la religione, e la forza della fede, che vince il mondo (1 Gv 5,4; Gv 16,33). Non solo la potenza redentiva della grazia sovrasta quella distruttiva del peccato, ma la sua efficacia opera sotto un segno radicalmente diverso. Il peccato celebra il suo dominio aumentando la sua potenza mondana con sacrifici umani, la grazia sbarra la strada alla moltiplicazione della violenza: risparmia il sangue dell’altro offrendo in sacrificio d’amore se stessa”.

Scritto per Korazym.org

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