Il Papa al clero: camminate e a collaborate insieme, e alle clarisse dice: siate gioiose

Che cosa c’è davvero di memorabile nella visita di Papa Francesco alla cittadina umbra che diede i natali al Poverello d’Assisi? Forse vi è il sentire, l’esigenza comune – quella stessa che il Pontefice ha avuto modo di toccare con mano, in questi sette mesi di pontificato, incontrando e dialogando con tante persone – di ritornare a guardare il mistero di Dio e della sua Chiesa con lo stesso sguardo di Cristo. Quale santo è stato capace di guardare ogni bene del creato con la medesima intensità? “Francesco – dicono le cronache del tempo – fu l’uomo più assomigliante a Cristo che mai sia venuto al mondo”.

Il secolo in cui visse Francesco d’Assisi fu considerato uno dei più oscuri della storia cristiana. La Chiesa – si legge in uno scritto composto nel 1305 – “era ridotta a un tale stato di umiliazione che, se Gesù non fosse intervenuto mandando una nuova prole avente lo spirito di povertà, già allora la Chiesa avrebbe dovuto subire un giudizio di morte” (Arbor vitae). Quale assonanza storica possiamo stabilire tra il secolo di san Francesco e quello odierno non sta a noi stabilirlo. Certamente non possiamo nascondere i grandi travagli vissuti dalla Chiesa negli ultimi tempi e i ripetuti richiami degli ultimi due pontefici ad una radicale conversione del cuore.

Papa Francesco prosegue la visita pastorale, nella cittadina di Assisi, incontrando il clero le persone di vita consacrata e i membri dei consigli pastorali della diocesi nella Cattedrale di San Rufino stracolma di fedeli, dentro e fuori.

Ascoltare, camminare, annunciare fino nelle periferie. Ancora una scansione ternaria nelle parole dettate dal Pontefice. La Chiesa è, infatti, una comunità che ascolta con fede e con amore il Signore che parla. La Parola di Dio suscita, nutre e rigenera la fede, tocca i cuori e li converte con una logica diversa dalla nostra. “Penso che tutti – afferma Papa Francesco – possiamo migliorare un po’ su questo aspetto: diventare tutti più ascoltatori della Parola di Dio, per essere meno ricchi di nostre parole e più ricchi delle sue Parole”. Il Papa pensa poi ai sacerdoti, ai genitori e ai catechisti, che – ciascuno nello specifico del proprio ruolo – hanno il compito di educare. “Come può predicare [il sacerdote] se prima non ha ascoltato, nel silenzio, con il cuore? Queste omelie interminabili, noiose – direte voi – nelle quali non si capisce niente! […] Come possono educare [i genitori] se la loro coscienza non è illuminata dalla Parola di Dio, se il loro modo di pensare e di agire non è guidato dalla parola, quale esempio possono dare ai figli?”. E i catechisti “se il loro cuore non è riscaldato dalla Parola, come possono riscaldare i cuori degli altri, dei bambini, dei giovani, degli adulti?”. Una considerazione, quella offerta dal Papa, che intende sottolineare l’importanza della Sacra Scrittura e dello Spirito Santo che la ispira e la rende vivificante.

Il secondo aspetto è quello del camminare, una delle parole maggiormente preferite – come spiega – da Papa Francesco quando pensa al cristiano e alla Chiesa. Bisogna camminare insieme, “far parte di un popolo in cammino nella storia, insieme con il suo Signore, che cammina in mezzo a noi! Non siamo isolati, non camminiamo da soli, ma siamo parte dell’unico gregge di Cristo”. Poi il Papa, ancora ai sacerdoti: “lasciate che mi metta anch’io con voi. Che cosa c’è di più bello per noi se non camminare con il nostro popolo? Lo ripeto spesso: camminare con il nostro popolo, a volte davanti, a volte in mezzo e a volte dietro: davanti, per guidare la comunità; in mezzo, per incoraggiarla e sostenerla; dietro, per tenerla unita e anche perché il popolo ha «fiuto» nel trovare nuove vie per il cammino, ha il «sensus fidei». Che cosa c’è di più bello?”. Ma la cosa più importante – ricorda il Papa facendo un esplicito riferimento alla realtà diocesana – è imparare a camminare e a collaborare insieme, nell’aiuto reciproco, riconoscendo i propri errori e capaci di perdono reciproco. “Camminare uniti, senza fughe in avanti, senza nostalgie del passato. E mentre si cammina si parla, ci si conosce, ci si racconta gli uni agli altri, si cresce nell’essere famiglia”. Poi Papa Francesco, a proposito di famiglia, – a braccio – aggiunge questa riflessione nel suo discorso: “Tante volte si sente dire di alcuni sposi che dopo tanti anni si separano, forse non hanno saputo chiedersi scusa in tempo, o perdonarsi reciprocamente in tempo. A volte dicevo alle coppie: «litigate quanto volete, anche se volano i piatti, ma mai bisogna terminare la giornata senza fare pace». Questo per evitare le dolorose separazioni.

Annunciare fino nelle periferie. E’ il terzo aspetto programmatico indicato dal Papa, che ricorda gli anni in cui era in Argentina e l’importanza di uscire per andare incontro all’altro “nelle periferie, che sono luoghi, ma sono soprattutto persone, situazioni di vita”. Le periferie verso cui andare è la realtà stessa e le condizioni di vita di molte persone talvolta emarginate e disprezzate e spiritualmente lontane. “Non abbiate paura – termina il Pontefice – di uscire e andare incontro a queste persone, a queste situazioni. Non lasciatevi bloccare da pregiudizi, da abitudini, rigidità mentali o pastorali, dal «si è sempre fatto così!». Ma si può andare alle periferie solo se si porta la Parola di Dio nel cuore e si cammina con la Chiesa, come san Francesco. Altrimenti portiamo noi stessi, e questo non è buono, non serve a nessuno! Non siamo noi che salviamo il mondo: è il Signore!”.

Tra le sottolineature dettate a braccio dal Papa c’è un importante riferimento all’importanza dei “Consigli Pastorali” (organo previsto dal Codice di diritto canonico con lo scopo di esprimere la natura comunionale della Chiesa, e di permettere la partecipazione dei fedeli alla vita della parrocchia). “La Chiesa – afferma il Papa – non cresce per proselitismo ma per attrazione e testimonianza che ognuno di noi diamo al popolo di Dio. […] Quanto sono necessari i Consigli Pastorali; un vescovo non può guidare la diocesi o un parroco la sua parrocchia senza i Consigli Pastorali. Questo è fondamentale”.

Terminato quest’incontro, Papa Francesco giunge alla Basilica di Santa Chiara. Dopo aver venerato il corpo della Santa nella cripta della Basilica, sosta in preghiera silenziosa davanti al Crocifisso di San Damiano, nella Cappella del Coro, dove incontra e saluta le Monache di clausura rivolgendo loro queste parole: “Vi ringrazio tanto per l’accoglienza e la preghiera per la Chiesa. Quando una suora consacra tutta la sua vita al Signore accade una trasformazione che non si finisce mai di capire. La normalità del nostro pensiero ci porta a dire che la suora diventa isolata con Dio con l’assoluto. Ma questa non è la strada giusta per una suora di clausura cattolica; la strada giusta passa per Gesù Cristo che è al centro della vostra vita e anche nell’universalità della preghiera.
La suora quando contempla Gesù diventa grandemente umana. Questa è la strada dell’incarnazione del Verbo. Il segno di una suora così umana è la «gioia». Mi da tristezza quando trovo delle suore che non sono gioiose, forse sorridono ma col sorriso di un’assistente di volo e non col sorriso che viene dal di dentro, dal cuore. La realtà di Gesù non una idea stratta, perché le idee astratte – scherza il Pontefice – seccano la testa. La suora come la Chiesa è sulla strada dell’essere esperta in umanità. Perdonatevi, sopportatevi in comunità, curate fra di voi l’amicizia e l’amore. Il monastero non sia un purgatorio ma una famiglia”.

Scritto per Korazym.org

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