Don Puglisi, tra morte e rinascita

Probabilmente, per i cosiddetti “pentiti” di mafia è più facile collaborare con la giustizia che cambiare dall’oggi al domani i criteri culturali di “Cosa nostra”, imparati per strada e custoditi dentro come l’unica legge alla quale appellarsi e obbedire sempre.
Quattro mesi fa oltre 80.000 persone prendevano parte alla beatificazione di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio eliminato dalla mafia a Palermo la sera del 15 settembre 1993, nel giorno del suo compleanno. Sono così trascorsi vent’anni da quello che i due artisti siciliani, Ficarra e Picone, – in un commovente ricordo televisivo di don Puglisi – chiamano un “parto per uccisione”. “Molti – recitano i due artisti – dicono che lui sia morto e che noi dobbiamo elaborare il famoso lutto. Ma noi che lo conoscevamo bene, sappiamo che non si tratta di morte, ma di parto. Perché si può nascere in tanti modi… c’è un parto cesareo, quello naturale, quello in acqua e poi c’è un parto per uccisione”.

E’ dunque la dinamica della vita, del nascere e del non morire per sempre, che segna il martirio di don Pino Puglisi e l’esistenza di chi lo ha ucciso. “Coloro che uccidono i propri fratelli – affermò allora l’Arcivescovo di Palermo, Salvatore Pappalardo, durante i funerali di Puglisi – sono cristiani ma traditori, sono cristiani ma disonorati in se stessi…”. Gaspare Spatuzza e Salvatore Grigoli – gli esecutori materiali dell’omicidio, oggi collaboratori della giustizia – raccontano il cambiamento delle loro vite iniziato il 15 settembre di vent’anni fa, quando dal volto del “parrino” siciliano, prima di sparargli a bruciapelo con un arma da fuoco, raccolsero uno stranissimo e amorevole sorriso. Un sorriso che lasciò perplessi anche i medici che eseguirono l’autopsia sul cadavere di Padre Puglisi, senza riuscire a spiegarsi come mai quel volto – dopo aver subito il trauma del colpo ravvicinato alla nuca, che di per sé avrebbe dovuto deformare i lineamenti del viso – “continuasse a sorridere”. La sorpresa divenne ancora più grande quando durante l’estumulazione del corpo di don Puglisi, avvenuta qualche settimana prima della beatificazione, i medici poterono constatare non solo lo stato di ottima conservazione del corpo del sacerdote palermitano, ma la presenza di quel sorriso ancora stampato sul suo volto.

I dettagli che riguardano il travaglio interiore di Spatuzza e Grigoli, e molti episodi inediti della vita e della spiritualità di don Puglisi sono ben raccontati nel libro di Francesco Deliziosi “Pino Puglisi, il prete che fece tremare la mafia con un sorriso”. Gaspare Spatuzza in una lettera indirizzata ai Graviano (i mandanti dell’omicidio Puglisi) – che Deliziosi riporta nel suo libro – scrive: “Ho messo la mia vita stessa nelle mani di Dio, si deve avere la capacità di rompere questo schema terroristico-mafioso che è profondamente radicato nella nostra cultura”. “Riconoscere don Puglisi come martire – scrive Deliziosi – vuol dire che tutti i mafiosi sono – finalmente – gettati fuori dal Tempio, occupato abusivamente e subdolamente con tanto di santini bruciati e bibbie del padrino. Vuol dire applicare concretamente il principio, già espresso nei documenti dei vescovi siciliani subito dopo il delitto Puglisi, che mafia e Vangelo sono incompatibili”.

Palermo celebra il ventesimo anniversario della morte di Padre Puglisi con una Messa presieduta dal card. Arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, nel piazzale Anita Garibaldi, a Brancaccio, là dove fu ucciso il beato Puglisi.

“Zio Pino – concludono Ficarra e Picone – era una persona normale […] Amava troppo. Zio Pino era un professionista dell’amore. […] E col tempo si era aggravato, più amava e più voleva amare. Da questo punto di vista era diventato inaffidabile. Ma la cosa incredibile è che più era inaffidabile più veniva amato da tutti. […] Noi glielo dicevamo «Zio Pino, si dia una calmata con tutto questo amore, perché sennò a lei finisce male» ma lui niente, era cocciuto. Zio Pino era un amatore cronico. Era un amante dell’amore. Amava amare”.

Scritto per Vatican Insider

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