Quando il Papa parla ai sacerdoti

Le parole che Papa Francesco rivolge a tutta la Chiesa richiamano talvolta la personale esperienza vissuta in Argentina quando era ancora vescovo ausiliare di Buenos Aires. In uno dei suoi recenti discorsi – dettato durante la celebrazione della Messa crismale del marzo scorso – invitava, per esempio, i sacerdoti ad entrare nel gregge del Popolo di Dio; “bisogna uscire – diceva – a sperimentare la nostra unzione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle «periferie» dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni”.

Il rischio intravisto dal Pontefice è quello di vedere trasformata la figura del sacerdote in una sorta di “intermediario” o “gestore” del sacro. “Da qui – proseguiva Papa Francesco – deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con «l’odore delle pecore»”. Un’espressione – quest’ultima – tanto più efficace quanto più sorprendente, che Papa Francesco ripetè ulteriormente in modo ancora più esplicito dicendo: “questo io vi chiedo: siate pastori con «l’odore delle pecore», che si senta quello”.

Ne “Il nuovo papa si racconta”, conversazione con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, Jorge Bergoglio ricorda un episodio che lo fece riflettere molto. Un giovane – nell’istante in cui il vescovo latino americano stava per recarsi ad un incontro di spiritualità – chiese di confessarsi. “Il ragazzo, circa 28 anni, – ricorda Bergoglio – parlava come se fosse ubriaco, ma intuii che doveva essere sotto l’effetto di farmaci psichiatrici”. “Alora gli dissi: ‘Sta per arrivare un prete e ti confesserai con lui, perché io ho altro da fare’. Sapevo che il sacerdote non sarebbe arrivato prima delle sedici ma pensai che, essendo sotto psicofarmaci, l’uomo non si sarebbe accorto dell’attesa, e me ne andai tranquillamente. Ma dopo pochi passi provai una terribile vergogna, tornai indietro e gli dissi: ‘Il padre tarderà: ti confesso io’. Al ritorno (dall’appuntamento, ndr) non andai direttamente a casa, ma passai dal mio confessore, perché ciò che avevo fatto mi pesava”. Jorge Mario Bergoglio era pienamente convinto allora – e lo è anche oggi in veste di Romano Pontefice – della tentazione in cui il sacerdote rischia di cadere, quella cioè di “essere amministratori e non pastori. Ciò significa che, quando una persona va in parrocchia a chiedere un sacramento o per qualsiasi altro motivo, ad accoglierla non trova il prete ma la segreteria parrocchiale che, a volte, può essere una vera arpia. (…) Il problema è che questo genere di persone non solo allontanano la gente da un determinato prete o da una determinata parrocchia, ma dalla Chiesa e da Gesù”.

Papa Benedetto XVI, durante la celebrazione della Messa crismale di qualche anno fa, diceva: “Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: «La mia dottrina non è mia» (Gv 7,16). Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori”. Probabilmente è questo l’orizzonte pastorale che è stato smarrito negli ultimi tempi. “Se non annunciamo noi stessi – ricordava Ratzinger – e se interiormente siamo diventati tutt’uno con Colui che ci ha chiamati come suoi messaggeri così che siamo plasmati dalla fede e la viviamo, allora la nostra predicazione sarà credibile. Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso. Il Curato d’Ars non era un dotto, un intellettuale, lo sappiamo. Ma con il suo annuncio ha toccato i cuori della gente, perché egli stesso era stato toccato nel cuore”. Il sacerdote – per quella particolare missione che lo pone inevitabilmente (nel bene e nel male) sotto la luce dei riflettori – è chiamato a testimoniare Cristo con coerenza evangelica. “Le persone – prosegue Papa Ratzinger – non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso. Le persone devono percepire il nostro zelo, mediante il quale diamo una testimonianza credibile per il Vangelo di Gesù Cristo”.

Pubblicato su Korazym.org

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