"Camorristi in chiesa neanche da morti"

L’arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, tuona contro la criminalità organizzata! Al termine della fiaccolata ecumenica, organizzata in questi giorni dall’arcidiocesi partenopea, – insieme a cattolici, ortodossi, protestanti, comunità e i movimenti ecclesiali, rappresentanti di altre religioni per esprimere la propria solidarietà alle vittime della camorra – il cardinale Sepe rivolge alle organizzazioni malavitose la condanna della Chiesa e l’invito alla conversione.
“Siamo qui – dichiara l’Arcivescovo – non per denunciare la nostra debolezza, ma per esprimere la nostra forza che non nasce dalla violenza delle armi, bensì dal sacrificio dei nostri fratelli vigliaccamente uccisi. Sono proprio loro a  motivarci, perché costituiscono la linfa del nostro agire e della nostra battaglia”.

Poi un susseguirsi di anatema contro il “manipolo di fuorilegge” che affligge il capoluogo partenopeo. “Il giusto non muore invano – chiarisce l’Arcivescovo – mentre voi, seminatori di violenza e di morte, rimanete nelle tenebre, vi nascondete perché avete paura mentre dovreste piuttosto avere vergogna di voi stessi e dei vostri comportamenti. Sfuggite alla luce del giorno, perché avvertite il peso delle vostre  colpe gravissime e non avete il coraggio di stare tra la gente”.

Le parole del Porporato, chiare e risolute, attraversano velocemente – come una raffica di vento che insidia la stabilità di una quercia – le strade della splendida città di Napoli. “Siete i veri sconfitti. Siete cadaveri che camminano, condannati a morte certa da voi stessi, sapendo che chi semina vento raccoglie tempesta. Sappiate che da parte nostra non ci può essere alcuna indulgenza. Siamo su  sponde distinte e distanti, finché rimanete sotto il tunnel della violenza e della morte”.

Nel febbraio 2010 i Vescovi italiani affrontarono il problema della criminalità organizzata, e nel documento Cei Per un paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno scrissero: “in un contesto come quello meridionale, le mafie sono la configurazione più drammatica del «male» e del «peccato». In questa prospettiva, non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato”; e ancora: “Si deve riconoscere che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti  per la giustizia. Tanti sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile. La testimonianza di quanti hanno sacrificato la vita nella lotta o nella resistenza alla malavita organizzata rischia così di rimanere un esempio isolato”.

L’Arcivescovo di Napoli ha deciso invece, come già in altre occasioni, di rompere il silenzio per gridare agli uomini di camorra e per ricordare ai sacerdoti della sua diocesi che “chi semina morte raccoglierà solo morte. Se gli uomini dei clan non si pentono, così ho detto ai miei sacerdoti, non potranno entrare in chiesa neanche da morti”.

“Da parte nostra – conclude mons. Crescenzio Sepe – non ci può essere alcuna indulgenza. Siamo su sponde distinte e distanti, finché rimanete sotto il tunnel della violenza e della morte. Questa Napoli, questa società, questa umanità non vi appartiene, perché voi siete altro, avete scelto di stare contro i vostri fratelli, contro l’umanità, contro la legge, contro quei valori che sono alla base di ogni persona umana e della nostra stessa civiltà”.

Pubblicato su Vatican Insider

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