Distruggersi l'un l'altro a colpi di figli

Un figlio non dovrebbe mai essere conteso tra due genitori. Entrambi posseggono una paternità naturale, morale e giuridica che non può essergli sottratta, soprattutto nella drammatica esperienza di una separazione coniugale. Quando però il bambino diventa l’arma per attaccarsi reciprocamente, e senza esclusione di colpi, si è costretti ad assistere al disfacimento di ogni legge naturale e sociale. Quello che è accaduto nei giorni scorsi in una scuola elementare del padovano lascia tutti sgomenti; per eseguire un provvedimento di affidamento al padre emesso dalla sezione Minori della Corte d’Appello di Venezia, le forze di polizia sono intervenute in favore di un bambino di 10 anni con metodi di approccio assolutamente discutibili e inadeguati alla circostanza. Nella concitazione generale, animata dai familiari della madre del bambino e tra gli sguardi attoniti di chi ha assistito alla drammatica scena, c’è chi ha ripreso con il cellulare le immagini dell’intervento, prima diffuse dalla trasmissione Rai Chi l’ha visto e successivamente rimbalzate in rete attraverso i principali social network. Scene che non avremmo voluto vedere e che purtroppo mettono in luce la dinamica conflittuale vissuta all’interno di numerose famiglie italiane, dove marito e moglie provano a distruggersi l’un l’altro “a colpi di figli”!

Il Vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo, a tal proposito ha recentemente dichiarato: “Comprendo il dramma familiare degli adulti, ma altrettanto e ancor più mi sta a cuore il dramma dei figli, dei bambini. (…). Laddove non sia percorribile la strada della riconciliazione, non è mai lecito dimenticare quanto essi subiscano la rottura del rapporto d’amore dei genitori e vivano un dolore nascosto. Per questo, si dovranno mettere in atto tutte le attenzioni possibili affinché possano ritrovare quei valori, quali la fiducia nella vita e nell’amore, la fraternità e l’amicizia, la condivisione dei beni, l’onestà, la generosità, che spettano loro per natura e per diritto”. Non può non farci riflettere, tra le altre cose, la posizione assunta da molta gente che, in questo come in tanti altri casi, non ha esitato a parteggiare (attraverso fiaccolate e raduni di solidarietà) per l’uno o per l’altro genitore, infrangendo – già a livello culturale, sociale e morale – quell’indissolubilità richiesta nel sacramento del Matrimonio che anche noi (anche se spettatori [sic!]) siamo chiamati a custodire per il bene della coppia e dei loro figli!

Sempre più spesso si parla di PAS (Parental Alienation Syndrome), una particolare sindrome di alienazione genitoriale – osservata nel 1985 da Richard Gardner, un illustre neuropsichiatra infantile e psicanalista statunitense – che tende a manifestarsi soprattutto nelle cause di separazione coniugale; un vero e proprio disturbo psicologico capace di investire i figli protagonisti nel conflitto familiare.
Tutto scaturisce dal contesto riguardante la custodia dei figli e le dinamiche di affidamento del minore. Si tratta di un particolare indottrinamento rivolto al figlio da parte di uno dei genitori (genitore alienante) che sviluppa un vero e proprio programma di denigrazione nei confronti dell’altro genitore (genitore alienato). Il bambino risulta in qualche modo vittima ma nello stesso tempo offre un contributo all’azione denigrante. E’ proprio in questa particolare fusione di esperienze che è possibile riconoscere una diagnosi PAS. Il dottor Vittorio Vezzetti, Pediatra di famiglia varesino, – autore anche di un interessantissimo romanzo inchiesta sulla società monogenitoriale, “Nel nome dei figli” – in un suo studio ha evidenziato gli aspetti più importanti che caratterizzano sindrome di alienazione genitoriale: “Campagna denigratoria che inizia spesso con l’impedimento delle visite e la colpevolizzazione del genitore; Sostegno al genitore alienante da parte del bimbo nelle situazioni di conflitto; Allargamento della denigrazione e della ostilità verso la famiglia del genitore bersaglio (nonni, zii ecc.); Assenza di senso di colpa anche in riferimento alla strumentalizzazione in campo legale”. Si assiste così ad un feroce e sistematico lavaggio del cervello che porta il bambino al disprezzo continuo (e talvolta ingiustificato) del genitore alienato a cui vengono imputati atteggiamenti violenti, mancanza di attenzione e trascuratezza nell’assunzione delle proprie responsabilità.
Si generano, così, sentimenti di paura, diffidenza e odio nei confronti del genitore alienato, imponendo al bambino una reazione psicologica innaturale e carica di rancore. Talvolta, nelle questioni relative all’affidamento dei figli può subentrare il ruolo dei singoli professionisti (avvocati, magistrati, psicoterapeuti, mediatori ecc.), che nella disamina della conflittualità coniugale rischiano di propendere per una delle due parti, con un conseguente danno nei confronti del minore da tutelare.

Ogni anno, secondo un’indagine statistica, 90.000 bambini circa sono coinvolti nelle dinamiche di conflittualità coniugale e giuridica, il campo di battaglia che molti coniugi scelgono per archiviare definitivamente il proprio matrimonio, una diagnosi grave che potrebbe tradurre in “reato” il fatto di essere “figli”!

Pubblicato su Korazym.org

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