Estremo Oriente, torture in nome di cure mediche

La Human Rights Watch (Hrw), in un recente rapporto, “Torture in nome di cure mediche: le violazioni ai diritti umani in Vietnam, Cina, Cambogia e Laos”, ha denunciato la detenzione disumana e illegale di oltre 350mila tossicodipendenti, ammassati nei territori della Cina e del Sud-est asiatico, costantemente sottoposti a torture, violenze psicologiche e sessuali.
Si tratta di centinaia di migliaia di persone, riconosciute consumatori abituali di sostanze stupefacenti, rinchiuse in centri di riabilitazione per ricevere assistenza e seguire una adeguata assistenza sanitaria disintossicante, ma che in realtà si sono rivelati delle vere e proprie prigioni dove i pazienti – alcuni di essi costretti ai lavori forzati – subiscono ogni sorta di violenza e abuso. Nonostante tali centri ricevano periodicamente un sostegno economico dalle agenzie dell’Onu e da altre istituzioni il diritto all’assistenza e alla cura per le persone sieropositive viene costantemente disatteso.

Joe Amon, direttore del dipartimento Sanità e diritti umani di Hrw, in un comunicato stampa, spiega che “percosse, lavoro forzato e umiliazioni” non fanno parte del percorso terapeutico indicato per la lotta alla dipendenza. “Questi centri vanno chiusi” e sostituiti con “programmi di disintossicazione seri”. Pechino, Hanoi, Phnom Penh e Vientiane violano sistematicamente i diritti dei malati, privando le persone della libertà individuale. Sono prelevati dalla polizia o spediti come “volontari” nei centri, grazie anche alle pressioni di parenti, amministratori o capi-villaggio che vogliono rendere la loro zona “drug free”.

Una volta catturate e rinchiuse nei centri “di riabilitazione” – non importa se trattasi di consumatori occasionali o presunti tossici e soprattutto senza nessuna valutazione clinica della tossicodipendenza – queste persone rimangono segregate e in balia di inaudite violenze, prive di cure mediche e con l’unico desiderio (difficilmente irrealizzabile) di fuggire! La detenzione – della durata di cinque anni – talvolta veniva riservata anche a semplici cittadini senza fissa dimora, malati di mente e bambini di strada costretti a privazione di ogni genere. Una serie di trattamenti “terapeutici” costringevano i “pazienti” a sostenere assurde esercitazioni di tipo militare e a lavorare in condizioni di estrema schiavitù. Spesso i metodi di rieducazione prevedono catene e fustigazione. In simili stati di salute, inoltre, la diffusione di malattie e soprattutto l’Aids, favorisce la crescita dei sieropositivi.

Quynh Luu, – si legge nel comunicato stampa della Hrw – un ex detenuto che è stato catturato mentre cercava di fuggire da uno di questi centri, ha descritto così la sua punizione: “Prima hanno bastonato le mie gambe così da non riuscire a scappare di nuovo… [Poi], mi colpivano con un bastone elettrico [e] mi hanno tenuto nella stanza delle punizioni per un mese” .

L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Fondo Onu per l’infanzia (UNICEF) insieme ad altre agenzie, nel marzo 2012 hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta chiedendo urgentemente la chiusura dei fantomatici centri di riabilitazione per tossicodipendenti e il rilascio immediato dei detenuti.

Pubblicato su Vatican Insider

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *