Oltre la cattedra nel ricordo di Don Pino Puglisi

tre_pQuindici anni di carriera scolastica sono sufficienti per comprendere quanto delicato ed importante sia I’insegnamento della Religione Cattolica offerto nella scuola. Gli studenti, incontrati in questi anni, come loro insegnate di Religione, sono stati motivo di arricchimento e nello stesso tempo suggeritori di una indiscutibile e provocatoria domanda: quali sono le speranze custodite nel loro cuore e come posso aiutarli a crescere e a maturare in questo tempo cosi carico di contraddizioni? La classe non è mai il computo informale di 20-25 alunni ma, a mio parere, una realtà di persone che portano impresso nel loro volto un mistero più grande dei loro stessi volti. Ho sempre cercato il dialogo, stimolando i ragazzi al confronto, cercando di aiutarli ad esprimere un giudizio critico, libero da qualsiasi condizionamento esteriore, e a guardare con intelligenza la realtà circostante, entrando cioè dentro le dinamiche principali della vita piuttosto che subirle marginalmente.

Talvolta sono proprio i ragazzi a raccontare il desiderio di Dio e di verità percepito dai loro cuori. Quando ti fermano per le scale dell’Istituto solo per salutarti o per offrirti un sorriso o perché qualcuno ci tiene a dirti che la lezione precedente è stata oggetto di discussione con gli amici e con i propri genitori, queste e tante altre piccole testimonianze di stima cosa possono voler dire? E quando spiazzati dalle mille proposte, apparentemente “vincenti”, del mondo questi studenti pongono domande di senso, talvolta è l’Ora di Religione il momento migliore per cercare ed offrire delle risposte. Il rischio dell’appiattimento culturale è pero sempre in agguato. Spesso, entrando in classe, decido di incrociare lo sguardo degli alunni, per ricordare a me stesso quanto importante siano le loro vite di fronte a Dio. E’ una sorta d’impegno che cerco di prendere ogni giorno con Dio (anche se ogni tanto l’indifferenza di qualcuno ti fa perdere la pazienza!).

E ritorno indietro negli anni… ricordando l’immagine, per me sacra, del mio professore di Religione, Don Pino Puglisi, – il sacerdote palermitano ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993, proprio nel giorno del suo 56° compleanno – che entrava in classe con un sorriso sempre nuovo e un cuore disposto ad accoglierti per quello che eri. Se adesso mi ritrovo a svolgere la professione dell’insegnante è anche merito suo! Conservo gelosamente il quadernetto che Don Pino Puglisi ci faceva usare in classe per scrivere gli argomenti e le riflessioni principali riguardanti la fede cristiana. Era una persona mite e attenta ad ogni persona che incontrava, piccolo, giovane, grande che fosse. Sapeva ridere e sdrammatizzare a seconda delle situazioni, come quella prima volta (e il film “Alla luce del sole” di Roberto Faenza ne ricorda l’episodio) che entrò in classe con una “scatola”, attirando l’attenzione di tutti noi suoi alunni, e senza dire una parola né accennare al programma scolastico che avrebbe svolto durante l’anno poggiò la scatola per terra e vi saltò sopra dicendo: “Ragazzi, mi presento! Sono un rompiscatole!”.
Ricordo ancora un altro episodio, un po’ più triste ma ugualmente capace di insegnare come si fa a vivere testimoniando quotidianamente Cristo. Un giorno entrò in classe con un evidente ematoma nell’occhio destro, tutti iniziammo a chiedergli cosa gli fosse accaduto. E lui, con il suo solito simpatico modo di fare iniziò a descrivere la notte insonne che aveva trascorso (narrando il tutto come una simpatica storiella) e la decisione di andare in cucina a prendere un bicchiere d’acqua senza però accendere la luce, sbattendo così la faccia contro una porta semiaperta. Non senza commozione ho scoperto, anni dopo, ciò che realmente quella sera era accaduto proprio grazie al film a cui ho prima fatto cenno. Durante quella notte Don Pino Puglisi ricevette la visita di due mafiosi che per intimidirlo e farlo retrocedere dalla sua “pericolosa” missione lo riempirono di botte!

L’insegnante di Religione diventa davvero scomodo nel momento in cui porge agli alunni una chiave di lettura diametralmente opposta a quella del mondo, offrendo loro i contenuti di una esperienza cristiana viva e presente nel tessuto della nostra società e capace di convertire.
Comunicare la Verità della fede Un ulteriore monito alla formazione professionale dell’insegnante di religione lo raccolgo nelle parole di Leonardo Sciascia, che saggiamente riferisce: “Trovo piuttosto vacue, da gente che non sa quanto in profondità si debba andare nella ricerca della libertà, le polemiche sull’insegnamento della religione nelle scuole. Bisognerebbe insegnarla meglio, questo sì. Ma la religione come materia di studio è una pietra su cui l’intelligenza si affila. Se ne sostanzia la fede, per chi ce l’ha o la cerca. O ne vengono fuori i Voltaire, i Diderot, i grandi increduli e anticlericali”. Questa dignitosa e seria considerazione – prodotta da un uomo di grandissima cultura siciliana – diventa per me un indiscutibile stimolo al lavoro culturale e professionale, e nello stesso tempo risponde con saggezza ed eleganza alle inutili e feroci accuse lanciate spesso contro i docenti di Religione e alla resa dei conti contro la Chiesa nella società. Come me, migliaia di insegnanti di Religione, ogni settimana (con una cattedra oraria di 18 ore per la scuola secondaria) con dignità e serietà, incontriamo (consapevoli di dover conquistare ogni giorno la loro attenzione) la media di quattrocento ragazzi che hanno scelto liberamente di avvalersi dell’Insegnamento della Religione Cattolica.

Nell’Istituto dove insegno, su una popolazione scolastica di 3000 alunni meno di 100 non si avvalgono di questa disciplina. E’ una proporzione che ci invita a riflettere e che testimonia l’interesse che molti giovani continuano a manifestare nei confronti della fede cristiana. Papa Benedetto XVI ricorda ai docenti: “Con la piena e riconosciuta dignità scolastica del vostro insegnamento, voi contribuite, da una parte, a dare un’anima alla scuola e, dall’altra, ad assicurare alla fede cristiana piena cittadinanza nei luoghi dell’educazione e della cultura in generale. Grazie all’insegnamento della religione cattolica, dunque, la scuola e la società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di umanità, nei quali, decifrando l’apporto significativo del cristianesimo, si abilita la persona a scoprire il bene e a crescere nella responsabilità, a ricercare il confronto ed a raffinare il senso critico, ad attingere dai doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi consapevolmente verso il futuro. […] Certamente uno degli aspetti principali del vostro insegnamento è la comunicazione della verità e della bellezza della Parola di Dio, e la conoscenza della Bibbia è un elemento essenziale del programma di insegnamento della religione cattolica”.

Anche io come insegnante imparo a riconoscere negli sguardi dei miei giovani alunni le emozioni e talvolta il dramma interiore che li tormenta. Ricordo un particolare episodio accaduto in classe qualche anno fa. Nel corso di una lezione si stava affrontando il tema della sofferenza. Non è semplice parlare del dolore e talvolta è proprio nelle circostanze più drammatiche e dolorose della nostra vita che la domanda su Dio riaffiora con maggior intensità e forza, accompagnata da un’ulteriore e quanto mai struggente interrogativo: “Perché tanta sofferenza?”, e soprattutto “Dov’è Dio?”. Leggo ai ragazzi una riflessione dello scrittore e filologo britannico Clive Staples  Lewis: “Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. [ …] Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù” (C.S. Lewis, Diario di un dolore). Se le prove della vita, “non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede per saggiarne la qualità”, crolla l’idea (spesso frutto di nostri personali convincimenti) di un Dio sadico e incurante dei propri figli. L’uomo non è stato creato da Dio per il dolore ma per l’amore.
Tra la sofferenza di Cristo in Croce e le sofferenze di ogni uomo c’è un misterioso e profondissimo legame (quella particolare coincidenza di cui parlavamo prima), che noi stentiamo a comprendere fino in fondo. Non c’è sofferenza nella terra che non sia stata già assunta ed accolta da Cristo, in quell’estremo e per noi assurdo dolore patito in croce, per amore di ogni uomo.

Terminata questa riflessione un ragazzo, con evidente commozione, racconta alla classe: “Per anni non ho considerato mio padre per quello che era, per gli sforzi che faceva nel garantirmi gli studi e una vita dignitosa.  Poi, all’improvviso, un terribile male iniziò a devastare tutto il suo corpo, e io imparai (per i due anni che mi vennero concessi) cosa vuol dire essere padre ed essere figlio e l’amore che due persone potrebbero sperimentare se si concedessero più attenzioni.
Furono i due anni più duri e faticosi (materialmente e interiormente) della mia vita ma anche i più fecondi. Alla fine perdetti mio padre… ma quanto amore imparai da lui e quanto ancora me ne rimane per offrirlo anche agli altri!”. Quel giorno in classe regnava un inverosimile silenzio, un silenzio che lasciò nel cuore di tutti – nonostante il dramma raccontato – una notevole ed improvvisa carica di speranza!

(Scritto per Communio, n. 232, Aprile – Maggio – Giugno 2012)

Per gentile concessione dell’editore Jaca Book

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