E intanto Fellay getta sassi nello stagno

C’è una lunga intervista sul bollettino DICI (Documentation Information Catholiques Internationales), l’organo di comunicazione ufficiale della Fraternità San Pio X al vescovo Bernard Fellay. Il superiore della Fraternità fa il punto della situazione a proposito del dialogo con la Santa Sede. La conclusione del percorso che potrebbe riportare la Fraternità San Pio X – fondata da mons. Lefebvre – nella piena comunione con Roma era stata prevista per il mese di maggio. Nei prossimi giorni, probabilmente, la decisione finale e la pubblicazione del “preambolo dottrinale” proposto lo scorso settembre dalla Santa Sede alla Fraternità con le eventuali modifiche richieste da mons. Fellay ad aprile. Fellay gioca d’anticipo e coglie l’occasione della disattenzione della stampa, concentrata su IOR e Vatileaks, per tentare di far passare un paio di idee, tutte sue, come idee del Papa.

Nel corso dell’intervista Fellay riconosce la fruttuosità del dialogo intrapreso con la Santa Sede nel tentativo di giungere alla piena comunione ecclesiale. Ma aggiunge che, a parer suo, Roma ha cambiato il modo di guardare al Concilio Vaticano II come assoluta condizione e soluzione canonica. “Oggi, a Roma, – dice– certuni ritengono che una diversa comprensione del Concilio non è determinante per l’avvenire della Chiesa, poiché la Chiesa è più del Concilio”. “E’ l’atteggiamento della Chiesa ufficiale che è cambiato, non noi. – afferma il superiore della Fraternità – Non siamo noi ad aver chiesto un accordo, è il Papa che ci vuole riconoscere. (…) Noi continuiamo a non essere d’accordo dottrinalmente, eppure il Papa ci vuole riconoscere! Perché?”. Primo sasso nello stagno. Secondo Fellay la risposta, un po’ sibillina, va rintracciata nel fatto che vi sono nella Chiesa problematiche molto più grandi da risolvere e prioritariamente più urgenti rispetto ad altre; per di più “le autorità ufficiali non vogliono riconoscere gli errori del Concilio. Esse non lo diranno mai esplicitamente. Tuttavia, se si legge tra le righe si può vedere che desiderano rimediare ad alcuni di questi errori”. Altra bordata. Insomma in Concilio Fellay proprio non lo digerisce.

Il primo di questi errori riguarderebbe l’identità nuova del sacerdozio ministeriale inaugurata dal Concilio, che – secondo il vescovo lefebvriano – avrebbe demolito la figura del prete; pertanto – prosegue il Prelato – “oggi si vede molto chiaramente che le autorità romane cercano di ristabilire la vera concezione del sacerdote. Lo si è già constatato nell’Anno sacerdotale del 2010-2011”. Una lettura tutta sua ovviamente. Mons. Fellay ritiene, infatti, che nella recente “Lettera ai sacerdoti” – diffusa dalla Congregazione per il Clero in preparazione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Santificazione del Clero, prevista per il prossimo 15 giugno, solennità del Sacro Cuore di Gesù – ci siano numerosi richiami alla santità (in modo particolare nel testo relativo all’esame di coscienza dei sacerdoti) e all’idea tradizionale del sacerdozio. E poi alza il tiro: “Si direbbe che si sia andati a cercare a Ecône tale esame di coscienza, talmente esso si colloca nella linea della spiritualità pre-conciliare. Questo esame offre l’immagine tradizionale del sacerdote ed anche del suo ruolo nella Chiesa. È questo ruolo che Mons. Lefebvre afferma quando descrive la missione della Fraternità: restaurare la Chiesa per mezzo della restaurazione del sacerdote”.

La “santità” non è certamente una prerogativa nuova rispetto al passato, così come la Sacra Scrittura più volte riferisce; essa, poi, è rivolta a tutti i cristiani e in modo particolare ai sacerdoti. E quì è evidente l’intento mistificatorio. La Lettera ai sacerdoti, a cui mons. Fellay fa riferimento, prende invece le mosse proprio dal Concilio Vaticano II, definito nel testo (con le parole di Benedetto XVI) come «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX… una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre… una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa» (Porta fidei, 5). L’invito della Lettera rivolta ai sacerdoti, “si colloca – prosegue il testo – nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (11 ottobre 1962) e nel ventesimo anniversario della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (11 ottobre 1992)”. Le motivazioni – per ritornare alla domanda di mons. Fellay – che inducono il Papa a voler riconoscere la Fraternità di Lefebvre sono probabilmente di ben altra natura; esse guardano all’unità della Chiesa non come valore sociale in sé ma come espressione trinitaria di appartenenza a Dio, imprescindibile per la vita di ogni cristiano.

Un altro nodo da sciogliere, in vista di una possibile comunione con Roma, riguarderebbe la struttura della prelatura personale richiesta dal superiore lefebvriano, dove – secondo il canone 297 del Codice di Diritto Canonico – è richiesto che “gli statuti definiscano i rapporti della prelatura personale con gli Ordinari del luogo nelle cui Chiese particolari la prelatura stessa esercita o intende esercitare, previo consenso del Vescovo diocesano, le sue opere pastorali o missionarie”. La “prelatura personale” è una figura giuridica prevista dal Concilio Vaticano II e caratterizzata dalla flessibilità per contribuire all’effettiva diffusione del messaggio e della vita cristiana. Si tratta di istituzioni rette da un Pastore (un prelato che può essere vescovo, nominato dal Papa, e che governa la prelatura con potestà di regime o giurisdizione) che fanno parte della struttura gerarchica della Chiesa.
Il Diritto canonico prevede che ogni prelatura personale sia retta dal diritto generale della Chiesa e da statuti propri, come disposto dai cann. 294-296. La prelatura personale ha come caratteristica principale quella di non essere legata a un territorio (come la prelatura territoriale), ma di avere un popolo, anche distribuito in diverse diocesi, composto da fedeli che hanno qualcosa in comune (una vocazione specifica, un carisma…). Al prelato vengono riconosciute alcune prerogative proprie di chi è a capo di una circoscrizione ecclesiastica, (incardinare i chierici, erigere un seminario, esercitare il governo pastorale della sua prelatura ecc.). “Se ci venisse accordata una prelatura personale, – risponde Fellay – la nostra situazione non sarebbe la stessa”.

Secondo il diritto della Chiesa per aprire una nuova cappella o fondare un’opera, sarà necessario avere il permesso dell’ordinario del luogo; “Noi abbiamo rappresentato a Roma quanto sia difficile la nostra attuale situazione nelle diocesi, e Roma ci sta ancora lavorando. Qui o là, questa difficoltà sarà reale, ma quando mai la vita è senza difficoltà?”. A proposito dei rapporti con la Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” – istituita da Giovanni Paolo II con lo scopo di favorire il rientro in seno alla Chiesa delle comunità lefevbriane – Fellay confida in una maggiore armonia, “alcuni si avvicineranno a noi, poiché ci approvano già con discrezione; altri no. È il tempo che ci dirà come si svilupperà la Tradizione in questa nuova situazione. Noi abbiamo delle grandi attese per l’apostolato tradizionale, al pari di certe importanti personalità a Roma e allo stesso Santo Padre. Nutriamo grande speranza che col nostro arrivo la Tradizione si svilupperà”. Da notare che l’uso della parola Tradizione è sempre legato ad una specie di “partito” e non al Magistero della Chiesa cattolica.
Un eventuale riconoscimento canonico offrirebbe l’opportunità di collaborare anche con altri vescovi, quelli “favorevoli alla Tradizione, – specifica Fellay – i Cardinali conservatori si avvicineranno. È da prevedere tutto uno sviluppo, senza che se ne conoscano i dettagli. Certo vi saranno anche delle difficoltà, cosa che è del tutto normale. Non v’è dubbio che si verrà a visitarci, ma per una collaborazione più precisa, come la celebrazione della Messa o le ordinazioni, questo dipenderà dalle circostanze. Come ci auguriamo che la Tradizione si svilupperà, così speriamo di vedere la Tradizione svilupparsi nei Vescovi e nei Cardinali. Un giorno tutto sarà armoniosamente tradizionale, ma quanto tempo ci vorrà solo Dio lo sa”. In attesa delle decisioni che verranno prese dalla Santa Sede, le disposizioni interiori di mons. Bernard Fellay sono favorevoli alla comunione canonica; “la Fraternità San Pio X – specifica il superiore lefebvriano – ha la volontà di «restaurare tutto in Cristo», certuni dicono che non è il momento, altri al contrario che è il momento opportuno. Da parte mia so solo una cosa: è sempre il momento di fare la volontà di Dio ed Egli ce la fa conoscere al tempo opportuno, a condizione che noi ci dimostriamo ricettivi alle sue ispirazioni. Per questo ho chiesto ai sacerdoti di rinnovare la consacrazione della Fraternità San Pio X al Sacro Cuore di Gesù, per la sua festa, il prossimo 15 giugno, e di prepararvisi con una novena nel corso della quale saranno recitate le litanie del Sacro Cuore in tutte le nostre case. Tutti vi si possono associare chiedendo la grazia di diventare docili strumenti della restaurazione di tutte le cose in Gesù Cristo”.

Fellay è inoltre convinto della risoluta volontà di Papa Benedetto XVI nel voler riconoscere canonicamente la Fraternità: “Sì, è il Papa che lo vuole e l’ho detto a più riprese. Sono in possesso di sufficienti elementi precisi per affermare che ciò che dico è vero, benché io non abbia avuto delle relazioni dirette col Papa, ma con i suoi stretti collaboratori”.
Ecco, se non ha parlato con il Papa come fa a conoscere cosa pensa?

(Pubblicato su Korazym.org)

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