C'è solo da seguire

L’orientamento della fede cristiana è quello di imparare a diventare discepoli seguendo Cristo. “Siamo il suo gregge di discepoli. – scriveva Charles Péguy – Dobbiamo ricevere i suoi insegnamenti. Noi siamo il gregge che cammina dietro il pastore. Non abbiamo da correre, non dobbiamo camminare davanti a lui. Noi siamo il suo gregge di allievi”. L’uomo del nostro tempo, però, è sempre più esposto ai disordini e alle ambiguità del mondo, meno “scolarizzato” dal punto di vista fede, e quella particolare richiesta di Gesù, «Venite dietro di me», qualcuno l’ha volutamente dimenticata.

Ci rendiamo tutti conto di quanto sia diventato urgente rafforzare i cardini che reggono la struttura della nostra fede, ricreare una generazione di discepoli capace di seguire Cristo senza esitazioni; soprattutto oggi, in tutte quelle realtà dove la parola «amore» sembra aver perduto la sua pregnanza divina e a cui, sempre più spesso, è negato il diritto di cittadinanza. Una preoccupazione questa che non mancherà di essere discussa e valutata in occasione del prossimo Anno della Fede.

Papa Benedetto XVI ritorna spesso su quest’argomento, invitando tutta la Chiesa a recuperare il dono della fede e l’amore stesso di Dio che ci è stato affidato. Rivolgendosi a Vescovi il Pontefice ha recentemente ricordato la necessità di “formare persone adulte nella fede perché hanno incontrato Gesù Cristo, che è diventato il riferimento fondamentale della loro vita; persone che lo conoscono perché lo amano e lo amano perché l’hanno conosciuto; persone capaci di offrire ragioni solide e credibili di vita”. “In un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato, – prosegue il Santo Padre – non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della Grazia; non sapremo conquistare gli uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio”.

Mentre il Papa, però, cerca con fatica di ricondurre i cristiani (o per lo meno chi afferma di essere veramente tale) verso l’unità, qualcun altro mette in campo tutto se stesso, le sue energie e la sua intelligenza, “persino la sua vocazione”, per remare contro l’esperienza di condivisione e di comunione voluta da Cristo per la sua Chiesa, ripiegando tutto sul proprio interesse (piccolo e meschino) e su una discutibile e personale idea di Chiesa. Nessuno scandalo, niente di nuovo rispetto a quanto ci ricorda il Vangelo: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16, 8). Infedeltà, segreti, invidie, complotti, omicidi, misteri, scandali, infamie, tradimenti, potere, denaro, idoli, lussuria, egoismo… è inutile scriverci sopra un libro, sarebbe solo la rilettura delle centinaia di pagine che compongono la Bibbia e che ci ostiniamo a non guardare più perché le abbiamo snobbate e non le riteniamo più vere, credendo di avere a che fare con racconti che fanno parte del passato.

Invece la Bibbia racconta l’uomo così com’è, quello di sempre, con tutte le incongruenze e i paradossi di una umanità ferita dal peccato e riscattata dal sacrificio di Cristo. Interessante la contrapposizione tra Babele e Pentecoste, suggerita da Papa Benedetto XVI; nell’una l’arrogante pretesa di farsi Dio, nell’altra la semplicità e l’umiltà di aprirsi all’azione dello Spirito Santo che sostiene e unisce. “Non possiamo essere – chiarisce il Pontefice – contemporaneamente egoisti e generosi, seguire la tendenza a dominare sugli altri e provare la gioia del servizio disinteressato. Dobbiamo sempre scegliere quale impulso seguire e lo possiamo fare in modo autentico solo con l’aiuto dello Spirito di Cristo”. “Non c’è niente da capire: – ammoniva il poeta G. Roboni – c’è solo da seguire quest’uomo che, misteriosamente, è morto per salvare tutti noi. Per salvare me e per salvare te”.

(Pubblicato su Korazym.org)

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