In Etiopia una nuova chiesa dedicata a Bakita

bakhitaProbabilmente, per molti di noi occidentali – circondati dallo splendore di moltissime cattedrali, segno evidente di una cultura cristiana e di una ricercatezza artistica che hanno segnato l’Europa – la costruzione di una nuova chiesa basterebbe a sollevare le critiche di chi pensa che ce ne sono anche troppe, e per altri versi non verrebbe nemmeno considerata come una vera e propria notizia. Per gli abitanti della diocesi di Gambella, posta all’estremità occidentale dell’Etiopia, – in un’area di pianure e paludi che sfumano nel Sudan, dove di parrocchie se ne contano sei – l’inaugurazione della nuova chiesa dedicata a Giuseppina Bakhita, la santa sudanese canonizzata da Giovanni Paolo II il 1 ottobre del 2000, è invece un evento straordinario.

Tra le atre cose, “l’inaugurazione della chiesa – dice all’agenzia Misna il vescovo, monsignor Angelo Moreschi – segue la conclusione dei lavori al mulino e la consegna del pozzo a mano”, e il nuovo edificio sacro diventerà un punto di riferimento per almeno 5000 persone, di religione cristiana o musulmana, per lo più di etnia nuer e anuak, dediti alla coltivazione di sorgo, sesamo, granturco o piante di mango. “I programmi della diocesi – sottolinea ancora mons. Moreschi – prevedono la distribuzione gratuita di sementi per il ‘guaro’, l’appezzamento di terra attorno alle capanne”, l’assistenza ai sud-sudanesi in fuga dai conflitti armati nella loro nuova patria, in particolare nelle regioni di Jonglei e di Upper Nile.

La nuova chiesa di Gambella è, dunque, un importante segno di speranza, e non è un caso che il nuovo edificio sia stato dedicato a chi ha fatto della speranza il motivo di un’intera esistenza. Nella sua seconda Enciclica, “Spe salvi”, Papa Benedetto XVI si sofferma sulla figura di santità di Giuseppina Bakhita per spiegare il valore e la forza contenuta nella speranza: “Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile. L’esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all’africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all’avanzata dei mahdisti, tornò in Italia.
Qui, dopo «padroni» così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un «padrone» totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava «paron» il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un «paron» al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal «Paron» supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava «alla destra di Dio Padre». Ora lei aveva «speranza» – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona” (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 3).

C’è speranza anche nelle parole di don Filippo Perin, sacerdote salesiano, missionario dal 2009 in Etiopia, che tra gli episodi della sua permanenza a Gambella ricorda: “Domenica scorsa abbiamo visitato un piccolo villaggio di 50 persone, camminando per un’ora attraverso l’erba alta più o meno come noi, con un tamburo in testa, perché la musica non deve mai mancare, dei fogli per la preghiera, la speranza di trovare la direzione giusta e invece di non trovare serpenti o animali pericolosi… due catechisti, due suore, il prete, alcuni amici, per incontrarsi, conoscersi, condividere delle ore insieme, la preghiera, il pranzo, intuire quanto può essere difficile la vita che fanno, ma anche quanta fede, quanta forza hanno nel portarla avanti, quanto la presenza di Dio è forte tra quelle persone”.

(Articolo pubblicato su Korazym.org)

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