Ma di che famiglia parliamo?

Secondo alcuni dati emersi dal XII rapporto del Cisf (Centro internazionale studi sulla famiglia), presentato in questi giorni a Milano, nel nostro territorio nazionale solo una persona su tre vive in una famiglia composta da genitori e almeno un figlio. In base alle interviste condotte su un campione rappresentativo di 4.053 persone, infatti, la maggior parte degli italiani (il 58%) vive una particolare forma aggregativa che potremmo definire pseudo-familiare: coppie senza figli, single o nuclei monogenitoriali. I dati, a tal proposito, si configurano nel seguente ordine: I single sono il 28,4%, le coppie sposate senza figli il 21,9%,quelle con figli il 37,4% e le famiglie monogenitoriali l’8%. Il 50% degli intervistati vive in coppia.

Pierpaolo Donati, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna e curatore del rapporto, dichiara: “Emerge un divario fra due tipi di amore di coppia. Da un lato le coppie post moderne, in cui l’amore diventa una sorta di condivisione dei problemi, il sentire che ciò che è problema per un partner lo è anche per l’altro partner.

Entrambi, nella relazione cercano la soddisfazione personale, e l’amore persiste finché è sentito. Dall’altro, si osservano invece le coppie in cui l’amore assume il carattere di una vera e propria relazione di vita in comune, la quale tocca tutte le dimensioni dell’esistenza quotidiana. Qui l’amore diventa uno scambio di reciprocità quotidiana, che si concretizza negli affetti così come nella cura dei figli, nel dono reciproco, nella volontà di realizzare una solidarietà che non è solo sentimentale, ma anche pratica e materiale”. “Per la stragrande maggioranza della popolazione, – prosegue Pierpaolo Donati – l’ideale della famiglia rimane attraente e costituisce ancora il punto di riferimento di una vita felice. Ma il punto è che cresce la tendenza a intendere questo ideale in modo sempre più soggettivo.

Di conseguenza, la crisi della famiglia appare come originata dal modo privatistico e soggettivizzato, al limite narcisistico, di intendere e di vivere la coppia” (Redattore Sociale). L’assenza di unità – in alcuni avamposti del modernismo culturale odierno – ha prodotto una società (una porzione di società!) fondata esclusivamente sul proprio egoismo, dove i rapporti interpersonali sono caratterizzati dall’inesorabile e terribile fascino dell’essere e dell’avere. Ci saranno così sempre più “strane famiglie” che – avendo davanti un prototipo di santità familiare d’altri tempi – proveranno a fondare i presupposti della loro unità su basi più solide, dove sarà possibile riconoscersi eredi di quella “sacra” unità vissuta da Cristo stesso a Nazareth!
Il cardinal Joseph Ratzinger, vent’anni fa, a tal proposito scriveva: “La Casa di Nazareth non è una reliquia del passato, essa ci parla nel presente e ci provoca a un esame di coscienza. Dobbiamo domandarci se siamo realmente aperti anche noi al Signore, se vogliamo offrirgli la nostra vita perché sia una dimora per lui; oppure se abbiamo un po’ di paura della presenza del Signore, se abbiamo paura che essa possa limitare la nostra dignità, se vogliamo forse riservarci una parte della nostra vita che vorremmo appartenesse solo a noi e non fosse conosciuta da Dio, che non dovrebbe avvicinarsi ad essa”.

(Articolo pubblicato su Korazym.org)

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