Tre anni dopo la morte di Eluana

Tre anni fa moriva Eluana Englaro, la giovane originaria di Lecco, da 15 anni in coma vegetativo, in seguito ad un incidente stradale. Il padre della giovane donna, dopo insistenti richieste, riuscì a far interrompere la terapia di sostentamento vitale e l’alimentazione artificiale per rispettare la volontà espressa dalla figlia prima dell’incidente stradale. Un gruppo di cittadini ha organizzato, a Udine, un incontro di preghiera e di testimonianza per ricordare la figura di Eluana Englaro morta il 9 febbraio del 2009; una data, questa, scelta come “Giornata degli stati vegetativi”.

Tre anni fa i giudici motivarono la scelta a favore dell’eutanasia per la Englaro con queste parole: “Vista la straordinaria durata dello stato vegetativo permanente e l’altrettanto straordinaria tensione del suo carattere verso la libertà e la sua visione della vita è stata una decisione inevitabile”. E così, dalle parole si passo inesorabilmente ai fatti.

Le suore Misericordine della clinica Talamoni – che da anni si erano presi cura di Eluana Englaro – continuarono ad offrire la loro disponibilità a servire clinicamente la giovane donna: “Chi la considera morta, lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva… Noi tutte continuiamo a servire la vita di Eluana Englaro e di tutti i nostri pazienti. La nostra speranza – e di tanti con noi – è che non si procuri la morte per fame e sete ad Eluana e a chi è nelle sue condizioni. Per questo affermiamo la nostra disponibilità a continuare a servire – oggi e in futuro – Eluana”.

Alcuni (prima e dopo la morte della Englaro) si guardarono bene dal pronunciare la parola “eutanasia” ma di fatto, in casi come questo, una vita è stata interrotta prematuramente. Tutto sembra essere diventato così normale, lasciato alla responsabilità dei singoli casi, quasi un fatto privato tra medico, paziente e familiari. Se questa si rivelasse con il tempo – anche se solo ufficiosamente – la prassi ordinaria per risolvere casi di “vita o di morte”, che cosa accadrebbe? Per tali ragioni è necessaria una legge – chiara e indiscutibilmente a favore del diritto alla vita di ogni cittadino – che stabilisca con maggiore precisione i limiti di intervento umano circa il mistero della vita e della morte.

“Morire – asseriva Erich Fromm – è tremendo, ma l’idea di dover morire senza aver vissuto è insopportabile”. In una intervista, rilasciata nel 2004 a Christian Rocca per “Il Foglio”, Oriana Fallaci affermava: “La parola eutanasia è per me una parolaccia. Una bestemmia nonché una bestialità, un masochismo. Io non ci credo alla buona-Morte, alla dolce-Morte, alla Morte-che-Libera-dalle-Sofferenze. La morte è morte e basta. Ma predicarlo non serve a nulla”. Relativamente al famoso Living-Will o testamento Biologico con cui una persona chiarisce se in caso di grave infermità vuole vivere o morire la Fallaci replicava: “E’ una buffonata. Perché nessuno può predire come si comporterà dinanzi alla morte. Inutile fare gli eroi antelitteram, annunciare che dinanzi al plotone di esecuzione sputerai addosso ai tuoi carnefici come Fabrizio Quattrocchi. Inutile dichiarare che in un caso simile a quello di Terri vorrai staccare-la-spina, morire stoicamente come Socrate che beve la cicuta. L’istinto di sopravvivenza è incontenibile, incontrollabile… E se nel testamento biologico scrivi che in caso di grave infermità vuoi morire ma al momento di guardare la Morte in faccia cambi idea? Se a quel punto t’accorgi che la vita è bella anche quando è brutta, e piuttosto che rinunciarvi preferisci vivere col tubo infilato nell’ombelico ma non sei più in grado di dirlo?”.

Magari è difficile ammetterlo ma il dilemma relativo alla vita e alla “dolce” morte di una persona è una vera e propria battaglia interiore che si gioca nel cuore di ciascuno di noi. Forse siamo noi quelli che cercano davvero una risposta; comprendiamo che la sola ragione umana non è sufficientemente capace di rispondere a certi interrogativi. Siamo noi ad avere bisogno di certezze e ci rendiamo conto che semplici giudizi e opinabili teorie non serviranno a colmare quel vuoto interiore che c’è in noi, né risponderanno mai a quella tremenda domanda che pone l’uomo di fronte al mistero della vita e della morte.

Nessuno di noi, proprio nessuno, può vantare certezze, tutto sembra inesorabilmente legato, per chi crede, ad un semplice atto di fede!

(Pubblicato su Korazym.org)

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