Omaggio a Wojtyla

omaggioawojtylaOrmai mancano davvero pochi giorni, Giovanni Paolo II il primo maggio verrà proclamato beato. Il decreto, firmato da Papa Ratzinger, che riconosce la guarigione miracolosa di suor Marie Simon-Pierre dal morbo di Parkinson per intercessione di Karol Wojtyla, ha spianato al Pontefice polacco la strada verso la santità. La causa di beatificazione di Giovanni Paolo II – aperta da Ratzinger il 13 maggio 2005, un mese dopo la morte di Wojtyla –  è una delle più rapide nella storia della Chiesa.

I Santi hanno visto la santità di Dio entrare nel loro tempo, così anche noi siamo chiamati a rimettere in gioco la nostra esistenza a partire dallo stesso patrimonio spirituale di cui i santi si sono nutriti. ‘C’è festa, c’è santità – ricorda il teologo P. Antonio Sicari – se un po’ di eternità entra nel tempo’. Possiamo vivere il tempo, la nostra storia desacralizzando ogni istante della nostra vita, “pronti a sfruttare e a rovinare tutto”. Oppure, si può vivere con uno sguardo diverso, guardando al bene che siamo in grado di compiere.
Permettere a Dio di entrare nel nostro tempo, nella quotidianità della vita per renderla qualitativamente santa, abbattendo gli ostacoli, superando ogni sorta di paura che genera nel cuore dell’uomo sconforto e disperazione. Questa era probabilmente la condizione interiore di molti popoli sul finire degli anni ’70. Umiliati e soffocati da un certo tipo di potere ideologico, intere generazioni di uomini e donne avevano perso ogni fiducia. Il potere del mondo li stava educando a fare a meno di Dio!

Quando gli uomini (questo lo testimonia la storia sacra di tutti i tempi), disorientati e in preda allo sconforto, sono incapaci di guardare al futuro Dio interviene regalando al mondo un nuovo Santo. E così, sul finire degli anni ’70 (precisamente il 16 ottobre del 1978) il buon Dio decide di regalare agli uomini un Papa il cui compito sarebbe stato quello di restituire speranza al cuore dell’uomo. Le primissime parole pronunciate da Giovanni Paolo II furono infatti: “Non abbiate paura!”.

‘Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna’ (Giovanni Paolo II – Discorso di inizio pontificato – 22 ottobre 1978).

I primi a trarre beneficio da quelle parole furono proprio coloro che vivevano nella paura. In modo particolare quelle nazioni la cui libertà era stata indiscutibilmente negata. Quel Papa polacco, da subito, fu considerato una seria minaccia per il potere dittatoriale di alcune grandi nazioni. Nessuno riuscì a fermare (l’attentato al Papa del 13 maggio del 1981 ne è una testimonianza) questo grande testimone di Cristo!

E’ ai giovani, a mio parere, che il Pontefice polacco regalò l’espressione più bella:

«”Chi sono io secondo te, Papa Giovanni Paolo II, secondo il Vangelo che tu annunci? Qual è il senso della mia vita? Qual è il mio destino?”. La mia risposta, cari giovani, è semplice, ma di enorme portata: Ecco, tu sei un pensiero di Dio, tu sei un palpito del cuore di Dio. Affermare questo è come dire che tu hai un valore in certo senso infinito, che tu conti per Dio nella tua irripetibile individualità» (Giovanni Paolo II, Astana 23 settembre 2001).

Quel giorno, in Kazakhstan, Giovanni Paolo II, incontrando i giovani ci ha regalato una delle definizioni più belle del rapporto tra Dio e l’uomo: tu sei un pensiero di Dio, tu sei un palpito del cuore di Dio!

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