Luce del Mondo: “Nei panni del Pescatore”

lucedelmondoLa lettura del libro-intervista a Benedetto XVI curato da Peter Seewald, “Luce del Mondo”, rivela numerosi aspetti circa l’operato del nostro attuale Pontefice che credo non siano stati ancora sufficientemente presi in considerazione dalla nostra stampa e dai mezzi di comunicazione in generale.
E’ stato generato un gran chiasso per la questione (accennata nel libro di Seewald) riguardante l’uso del profilattico e sembrava che il libro si concentrasse esclusivamente su quel particolare giudizio morale! Il libro, invece, aiuta il lettore (credente o non) a riconoscere nella figura di Benedetto XVI i tratti semplici e nello stesso tempo decisi di un uomo a cui il buon Dio ha chiesto di guidare tutta la Chiesa.

“Nei panni del Pescatore” (titolo del paragrafo rintracciabile alle pagg. 119-127 del libro), Papa Ratzinger risponde alle domande che riguardano alcuni aspetti del pontificato di Giovanni Paolo II nel periodo della sua malattia, il rapporto con la religione ebraica, alcune modifiche al protocollo pontificio, alcuni ruoli di responsabilità affidati ai religiosi e la risposta al tanto discusso gesto di indossare il “camauro” (copricapo invernale del pontefice) durante un momento pubblico.

(Seewald) La lunga malattia ha bloccato propositi di riforma che, altrimenti, sarebbero stati realizzati già da tempo?

(BenedettoXVI) Non credo. Egli ha lasciato segni talmente importanti che – dopo tante Esortazioni, Encicliche, Viaggi apostolici e programmi relativi – era necessario un periodo di raccoglimento, grazie al quale potere meglio approfondire e gradualmente assimilare tutte quelle cose. Nell’ultimo periodo della sua vita Giovanni Paolo II ha anche pubblicato nuovi testi veramente commoventi, come ad esempio la Lettera apostolica “Tertio millennio adveniente” sulla preparazione del giubileo dell’anno 2000. È un testo che scalda il cuore, quasi poetico. Il periodo della sua sofferenza non è stato vano. Credo che per la stessa Chiesa sia stato molto importante ricevere, e tanto più dopo un’attività così imponente, la lezione della passione e vedere che la Chiesa può essere guidata anche attraverso la passione e che essa proprio attraverso la passione matura e vive.

(Seewald) Questa passione sembrò potere raddrizzare la barca della Chiesa che navigava con la chiglia all’insù. Dalla notte al giorno, come d’improvviso, si materializzò una nuova generazione di persone giovani e credenti della quale fino ad allora a stento si era percepita l’esistenza.

(BenedettoXVI) La partecipazione al dolore è stata potente. Era evidente che la lezione del Papa sofferente era stata un insegnamento che andava al di là del magistero espresso del Papa. La compassione e lo sgomento, l’incontro in certo qual modo con la passione di Cristo hanno colpito al cuore le persone più profondamente di quanto il Papa avesse potuto con una normale attività. Si è trattato veramente di un nuovo inizio, di un rinnovato amore per quel Papa. Ma non direi che questo ha prodotto una svolta radicale nella Chiesa. Nella storia mondiale ci sono tanti attori e si registrano gli effetti di tante azioni. Però è stato un momento nel quale improvvisamente si è potuto vedere il potere della Croce.

(Seewald) …Lei è stato il primo Papa a invitare un Rabbino a parlare di fronte al Sinodo dei vescovi. Ha sospeso il processo di beatificazione di un sacerdote francese al quale erano stati attribuiti discorsi antisemiti. Ha visitato più sinagoghe di qualsiasi altro Papa. Il quotidiano “Suddeutsche Zeitung” scrisse allora: “Egli riconosce l’origine ebraica del Cristianesimo come mai nessun altro Papa prima di lui”. Inoltre, il Suo primo atto quale Successore di Pietro è stata una lettera alla comunità ebraica di Roma. Si trattò di un gesto simbolico che voleva essere indicativo di una nota dominante del Suo Pontificato?

(BenedettoXVI) Senza dubbio. Devo dire che sin dal primo giorno dei miei studi teologici mi è stata in qualche modo chiara la profonda unità fra Antica e Nuova Alleanza, tra le due parti della nostra Sacra Scrittura. Avevo compreso che avremmo potuto leggere il Nuovo Testamento soltanto insieme con ciò che lo ha preceduto, altrimenti non lo avremmo capito. Poi naturalmente quanto accaduto nel Terzo Reich ci ha colpito come tedeschi e tanto più ci ha spinto a guardare al popolo d’Israele con umiltà, vergogna e amore. Nella mia formazione teologica queste cose si sono intrecciate ed hanno segnato il percorso del mio pensiero teologico. Dunque era chiaro per me ed anche qui in assoluta continuità con Giovanni Paolo II – che nel mio annuncio della fede cristiana doveva essere centrale questo nuovo intrecciarsi, amorevole e comprensivo, di Israele e Chiesa, basato sul rispetto del modo di essere di ognuno e della rispettiva missione.

(Seewald) Il suo predecessore definiva gli ebrei “nostri fratelli maggiori” mentre Lei parla di “Padri nella fede”.

(BenedettoXVI) L’espressione “fratello maggiore” già utilizzata da Giovanni XXIII non è particolarmente bene accolta dagli ebrei perché nella tradizione ebraica il “fratello maggiore”, ovvero Esaù, è anche il fratello abietto. La si può comunque utilizzare perché esprime qualcosa di importante. Ma è giusto che essi siano anche i nostri “Padri nella fede”. E forse quest’ultima espressione descrive con maggiore chiarezza il nostro rapporto.

(Seewald) Ben presto dopo la Sua elezione apparve con chiarezza un nuovo stile. Non più un Papa che volava da un evento all’altro; niente più udienze traboccanti di folla, che anzi furono ridotte della metà. Lei ha dispensato dal baciamano, che tuttavia i più continuano a fare. Poi, dallo stemma pontificio è scomparsa la tiara, simbolo del potere temporale del Papa. Inoltre, il suo predecessore usava parlare in prima persona, mentre Benedetto XVI ha reintrodotto il “noi”. Perché?

(BenedettoXVI) Vorrei fare due precisazioni. La tiara era già stata eliminata da Paolo VI …e venduta per donare il ricavato ai poveri. Era rimasta nello stemma papale, e adesso è sparita anche da lì. Non ho cancellato l”‘io”, ma ho lasciato entrambi, l”‘io” e il “noi”. Infatti, su molti argomenti non dico solo quello che è venuto in mente a Joseph Ratzinger, ma parlo a partire dalla comunitarietà, dal carattere comunitario della Chiesa. In un certo qual modo, parlo in intima comunione con i credenti ed esprimo ciò che tutti noi siamo e quello a cui insieme crediamo. Quindi, il “noi” non ha il valore di plurale maiestatis, ma indica il giusto peso che si vuole dare alla realtà del parlare a partire dagli altri, per mezzo degli altri e con gli altri. Ma quando si dice qualcosa di personale, bisogna anche utilizzare l”‘io”. Quindi utilizzo sia l”‘io”, sia il “noi”.

(Seewald) Gli osservatori notano che nella Curia romana assumono sempre più ruoli di responsabilità gli appartenenti agli Ordini religiosi. n quotidiano Il Foglio ha già parlato di una “svolta copernicana” della politica vaticana in questo senso. I critici invece parlano di “infiltrazioni di fondamentalisti”. La scelta di consacrati appartenenti agli Ordini che hanno fatto voto di povertà, castità e obbedienza vuole essere una sorta di antidoto al carrierismo e agli intrighi che non mancano neanche in Vaticano?

(BenedettoXVI) Sono stati chiamati una serie di religiosi appartenenti agli Ordini, perché fra loro ci sono persone veramente valide che hanno grandi capacità e che sono persone pie. Ma non è vero che la loro presenza è aumentata a dismisura. Cerco di trovare la persona giusta, che si tratti di un appartenente ad un Ordine o di un sacerdote diocesano. Quello che è decisivo è che la persona abbia le qualità giuste, sia pia, veramente credente e soprattutto sia un uomo coraggioso. Penso che il coraggio sia una delle principali qualità che un vescovo e un responsabile di Curia debbano possedere oggi. Significa anche non piegarsi al diktat delle opinioni dominanti ma agire per convinzione interiore, anche se così si avranno delle difficoltà. E naturalmente deve trattarsi di persone dalle spiccate qualità intellettuali, professionali ed umane, capaci di guidare e di inserire gli altri in una comunità familiare. Ad esempio, quando ero Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ho giudicato molto importante che fossimo una comunità, che non litigassimo ma fossimo una famiglia. Reputo molto importante questa capacità di avvicinare gli uni agli altri e di creare uno spirito di squadra.

(Seewald) Un Papa parla anche con i gesti e con gli atteggiamenti, con i segni e con i simboli. Ha destato scalpore la scelta, quale copricapo invernale, dell’ormai famoso camauro, un berretto a punta indossato l’ultima volta da Giovanni XXIII. È solo un accessorio oppure mettendolo intendeva esprimere il ritorno nella Chiesa a forme antiche e consolidate?

(BenedettoXVI) L’ho indossato una sola volta. Avevo semplicemente molto freddo e la testa è per me un punto molto sensibile. E mi sono detto: “Visto che c’è, mettiamo questo camauro”. Ma è stato veramente solo il tentativo di difendermi dal freddo. Da allora non l’ho più indossato. Perché non nascessero altre, superflue interpretazioni.

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