La penitenza è una grazia

dechirico“La penitenza è grazia; è una grazia che noi riconosciamo il nostro peccato, è una grazia che conosciamo di aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro essere. Penitenza, poter fare penitenza, è il dono della grazia. E devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione, della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina” (Benedetto XVI).
 
Perché dovrei fare a meno di un dono così grande e lasciare la mia vita senza la possibilità di un riscatto? Se ho sbagliato perché non riconoscerlo! Il pentimento, affermava lo scrittore e filologo irlandese C.S. Lewis, “è una cosa molto più ardua che cospargersi il corpo di cenere. Vuol dire disimparare tutta la presunzione e la caparbietà cui da migliaia di anni siamo avvezzi. Vuol dire uccidere una parte di sé, subire una specie di morte”.
 
A tal proposito amo in modo particolare il romanzo di F. Dostojevskij, “Delitto e castigo”, poiché nella dinamica di quel racconto (così come nella vita di ogni uomo) “nulla è veramente perduto”!
 
Accusata dalla matrigna di non far nulla per risollevare le sorti della famiglia, tragicamente caduta in povertà, Sònja vende il proprio corpo iscrivendosi nella lista delle prostitute. Nel momento in cui si incontreranno Sònja e Raskòlnikov (quest’ultimo macchiatosi di un delitto dal quale sta cercando di scappare) faranno entrambi l’esperienza dell’esclusione dal mondo. In questa particolare situazione Raskòlnikov confiderà a Sònja il delitto commesso e verrà aiutato dalla giovane prostituta a costituirsi, pagando così il suo debito. Questa è, in estrema sintesi, la storia dei due personaggi protagonisti che F. Dostojevskij racconta in uno dei suoi più celebri romanzi. In “Delitto e castigo” niente è perduto. La speranza, l’amore e il senso religioso di cui Sonja è garante, nonostante il personale paradosso morale, offriranno al giovane Raskòlnikov l’opportunità di un riscatto. “Sònja – dirà il celebre teologo Romano Guardini – è la più soave tra le figure femminili di Dostojevskij. Ben si può dire ch’ella rappresenti per lui l’infanzia cara a Dio e sia espressione del mistero del regno di Dio che va ai fanciulli e agli umili, non ai grandi e ai sapienti, e accoglie i pubblicani e le peccatrici mentre la gente rispettabile e «per bene» lo rifiuterà. Così ella è «creatura di Dio» in un senso tutto particolare, in quanto cioè su di lei sta insondabile il mistero della divina Provvidenza. In questo mondo ella è indifesa, eppure è avvolta nella sollecita protezione del Padre”.

In foto opera di G. De Chirico

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