Che ne abbiamo fatto dei nostri preti?

pretiNella Lettera per l’indizione dell’Anno Sacerdotale, Papa Benedetto XVI indicava ai sacerdoti come modello di santità la figura di Giovanni Maria Vianney: «[Il Santo Curato d’Ars, ndr] Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!… Se egli si comprendesse, morirebbe… Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia…”. E spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote… Dopo Dio, il sacerdote è tutto!… Lui stesso non si capirà bene che in cielo”. Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore… Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra… Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni… Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie… Il prete non è prete per sé, lo è per voi”» (16 giugno 2009 ).

Magari (qualcuno dirà) un prete così è difficile trovarlo, ma dov’è il popolo di Dio che desidera dei preti così?

Che ne abbiamo fatto dei nostri preti?

Spesso (soprattutto noi, quelli un po’ meno lontani dalla vita della chiesa) facciamo amicizia con tanti bravi sacerdoti (e ce ne sono tanti… anche in Irlanda, America ecc.), gli chiediamo di benedire le nostre nozze, di battezzare i nostri figli; apriamo le porte delle nostre case per accoglierli, ci confidiamo, sono disposti ad ascoltarci. Poi, a poco a poco, nella dinamica del nostro rapporto con ciascuno di essi, Cristo diventa sempre meno protagonista, scompare dalla logica dei nostri discorsi e costringiamo il nostro amico sacerdote (anzi lo tormentiamo!!!) a prendere in considerazione tutte quelle meschinità umane che si nutrono di pettegolezzo, antipatie e simpatie tra componenti di una stessa comunità, malumori per un incarico tolto o affidato ad un’altra persona ecc. Chiediamo al sacerdote di moderare la giustizia dei rapporti interpersonali di una comunità ecclesiale, parrocchiale ecc. così come la intendiamo noi, però, chiedendogli cioè di essere un po’ dalla nostra parte!
Di ascoltarlo – lui, il nostro sacerdote amico e guida spirituale – per essere aiutati a guardare gli altri come li guarda Gesù, non se ne parla neanche!!!

Dov’è, dunque, il desiderio di santità nutrito per i nostri sacerdoti?

Le parole del Santo Curato d’Ars citate da Papa Benedetto XVI risultano quanto mai appropriate: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore… Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie… Il prete non è prete per sé, lo è per voi”.

Dello stesso autore il Blog COGITOR

0 thoughts on “Che ne abbiamo fatto dei nostri preti?

  1. Condivido le tue riflessioni, ma mi chiedo: lo scarso interesse per la santità dei sacerdoti è anche il frutto dello scarso interesse per la propria santità?…oppure il frutto di una visione distorta della stessa? Chi vuol farsi Santo (con la S maiuscola!), spinge sé stesso al di fuori di quelle che tu definisci (giustamente) “meschinità umane” o almeno ci prova. Se non si fa questo lavorio in prima persona, non si avvertirà nemmeno la necessità di farlo con gli altri. Si dice “santificarsi per santificare”, penso che il concetto si possa applicare anche in questo caso.
    Un caro saluto

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