La carità intellettuale

PAPA BENEDETTO XVICosa dovrebbe portare dentro di sé un professore cristiano o un giovane studente cristiano? Forse poche volte ci siamo interrogati sul senso che possiamo dare a queste parole. Eppure c’è una Sapienza divina verso cui tendere, anzi “un paradosso” da riconoscere. Papa Benedetto XVI ha incontrato in questi giorni gli Universitari della città di Roma, e nel corso della celebrazione dei Vespri in preparazione del Natale si è soffermato proprio su questi temi.

“Il paradosso cristiano consiste proprio nell’identificazione della Sapienza divina, cioè il Logos eterno, con l’uomo Gesù di Nazaret e con la sua storia”. Lo afferma Papa Benedetto XVI durante la celebrazione dei vespri con gli Universitari di Roma, incontrati in questi giorni nella Basilica Vaticana  in preparazione del Natale.

Cari amici, un professore cristiano, o un giovane studente cristiano, porta dentro di sé l’amore appassionato per questa Sapienza!

Legge tutto alla sua luce; ne coglie le tracce nelle particelle elementari e nei versi dei poeti; nei codici giuridici e negli avvenimenti della storia; nelle opere artistiche e nelle espressioni matematiche. Senza di Lei niente è stato fatto di tutto ciò che esiste (cfr Gv 1,3) e dunque in ogni realtà creata se ne può intravedere un riflesso, evidentemente secondo gradi e modalità differenti. Tutto ciò che viene recepito dall’intelligenza umana può esserlo perché, in qualche modo e misura, partecipa della Sapienza creatrice. Qui, in ultima analisi, sta anche la possibilità stessa dello studio, della ricerca, del dialogo scientifico in ogni campo del sapere.

A questo punto non posso evitare una riflessione forse un po’ scomoda ma utile per noi che siamo qui e che apparteniamo per lo più all’ambiente accademico. Domandiamoci: chi c’era – la notte di Natale – alla grotta di Betlemme? Chi ha accolto la Sapienza quando è nata? Chi è accorso per vederla, l’ha riconosciuta e adorata? Non dottori della legge, scribi o sapienti. C’erano Maria e Giuseppe, e poi i pastori. Che significa questo? Gesù un giorno dirà: “Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza” (Mt 11,26): hai rivelato il tuo mistero ai piccoli (cfr Mt 11,25). Ma allora non serve studiare? O addirittura è nocivo, controproducente per conoscere la verità? La storia di duemila anni di cristianesimo esclude quest’ultima ipotesi, e ci suggerisce quella giusta: si tratta di studiare, di approfondire le conoscenze mantenendo un animo da “piccoli”, uno spirito umile e semplice, come quello di Maria, la “Sede della Sapienza”. Quante volte abbiamo avuto paura di avvicinarci alla Grotta di Betlemme perché preoccupati che ciò fosse di ostacolo alla nostra criticità e alla nostra “modernità”! Invece, in quella Grotta, ciascuno di noi può scoprire la verità su Dio e quella sull’uomo. In quel Bambino, nato dalla Vergine, esse si sono incontrate: l’anelito dell’uomo alla vita eterna ha intenerito il cuore di Dio, che non si è vergognato di assumere la condizione umana.

Cari amici, aiutare gli altri a scoprire il vero volto di Dio è la prima forma di carità, che per voi assume la qualifica di carità intellettuale”.

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